8 Dicembre 2021

AndreaBonazza.info

Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

La patria libera dal giogo austriaco nella poesia di Carducci

Appena fuori dalla stazione di Trento, all’interno del parco dedicato al Sommo Dante Alighieri, si erge il monumento di un altro poeta che cantò l’amore e la gloria d’Italia. È il busto di Giosue Carducci, apertamente anti-austriaco e in aperta polemica politica nei suoi versi contro l’occupante sceso da oltralpe. Non immaginando di essere lui stesso un giorno rappresentato nei bronzi trentini, prroprio in sostegno al monumento dell’Alighieri a Trento, Carducci compose una ode che canta il grande amore del poeta sia per Dante che per le terre irredenti come la città dell’Adige.

XIII SETT. MCCCXXI
Súbito scosso de le membra sue
Lo spirito volò: sovr’esso il mare,
Oltre la terra, al sacro monte fue.
A traverso il baglior crepuscolare
Vide, o gli parve riveder, la porta
Di san Pietro nel monte vaneggiare.
Aprite – disse. – Coscïenza porta
Il mio volere, e tra i superbi io vegno,
Ben che la stanza mia qui sarà corta.
E passerò nel benedetto regno
A riveder le note forme sante,
Ché Dio e il canto mio me ne fa degno.
Voce da l’alto gli rispose – Dante,
Ció che vedesti fu e non è: vanío
Con la tua visïon, mondo raggiante
Ne gl’inni umani de la vostra Clio:
Dal profondo universo unico regna
E solitario sopra i fati Dio.
Italia Dio in tua balía consegna
Sí che tu vegli spirito su lei
Mentre perfezïon di tempi vegna.
Va’, batti, caccia tutti falsi dèi,
Fin ch’egli seco ti richiami in alto
A ciò che novo paradiso crei.
Cosí di tempi e genti in vario assalto
Dante si spazia da ben cinquecento
Anni de l’Alpi sul tremendo spalto.
Ed or s’è fermo, e par ch’aspetti, a Trento.

Tra il 1914 e il 1915, per tutta la durata della prima guerra mondiale, poi, i versi del poeta maremmano Giosue Carducci (senza accento, così egli voleva essere chiamato) alimentava la propaganda interventista e irredentista italiana. I patrioti dell’epoca diedero nuova vita alle sue poesie per sprigionare quell’armoniosa energia che già fu cantata nelle lotte risorgimentali. Assieme alle parole di grandi italisni come D’Annunzio , Marinetti, Mussolinietc, l’amor patrio e il coraggio sprigionato dai versi del Carducci riaccesero una nuova e crescente esigenza d’indipendenza e libertà in tutto il popolo italiano. Già nell’Ottocento il poeta di Bolgheri aveva ribadito la necessità di riconquistare i confini naturali d’Italia cacciando l’invasore austriaco.

In questo è la sua grandezza […] anche nelle ore oscure e, come questa, faticose ed ardue, continuo è lo scambio, continuo è l’accordo tra noi e il poeta della rettitudine; ed oggi più che mai egli rispecchia e concilia i sensi e gli aspetti diversi anima della patria

(V. Turri, Carducci e la Francia)

Ma è con una poesia in particolare che oggi intendo ricordare il grande poeta Carducci. Essa è Cadore, dedicata alla resistenza dei patrioti cadorini quando, nel 1848, respinsero gli austriaci tra quelle Dolomiti che Carducci narra in un inno di poesia guerriera, rivendicando la sacralità indiscutibile di una nazione indivisibile che doveva insorgere contro il nemico oppressore.

Giosue Carducci – “Cadore”

Sei grande. Eterno co ‘l sole l’iride
de’ tuoi colori consola gli uomini,
sorride natura a l’idea
giovin perpetua ne le tue

forme. Al baleno di quei fantasmi
roseo passante su ‘l torvo secolo
posava il tumulto del ferro,
ne l’alto guardavano le genti;
e quei che Roma corse e l’Italia,
struggitor freddo, fiammingo cesare,
sé stesso obliava, i pennelli
chino a raccogliere dal tuo piede.

Di’: sotto il pedo de’ marmi austriaci,
in quel de’ Frari grigio silenzio,
antico tu dormi? O diffusa
anima erri tra i paterni monti,
qui dove il cielo te, fronte olimpia
cui d’alma vita ghirlandò un secolo,
il ciel tra le candide nubi
limpido cerulo bacia e ride?

Sei grande. E pure là da quel povero
marmo più forte mi chiama e i cantici
antichi mi chiede quel baldo
viso di giovine disfidante.
Che è che sfidi, divino giovine?
la pugna, il fato, l’irrompente impeto
dei mille contr’uno disfidi,
anima eroica, Pietro Calvi.

Deh, fin che Piave pe’ verdi baratri
ne la perenne fuga de’ secoli
divalli a percuotere l’Adria
co’ ruderi de le nere selve,
che pini al vecchio San Marco diedero
turriti in guerra giù tra l’Echinadi,
e il sole calante le aguglie
tinga e le pallide Dolomiti

si che di rosa nel cheto vespro
le Marmarole care al Vecellio
rifulgan, di palagio di sogni,
eliso di spiriti e di fate,
suoni soave, suoni terribile,
ne i desideri da te memorie
o Calvi, il tuo nome; e balzando
pallidi i giovini cerchin l’arme.

(II verso)
Non te, Cadore, io canto su l’arcade avena che segua
de l’aure e l’acque il murmure:
te con l’eroico verso che segua il tuon de’ fucili
giù per le valli il celebro.

Oh due maggio, quando, saltato su ‘l limite de la
strada al confine austriaco,
il capitano Calvi – miaulavan le pale d’intorno-
biondo, dritto, immobile,
leva la punta e la spada, pur fiso al nemico mirando,
il foglio e ‘l patto d’Udine,
e un fazzoletto rosso, segnale di guerra e sterminio,
con la sinistra sventola.

Pelmo a l’atto e Antelao da’ bianchi nuvoli il capo
grigio ne l’aere sciolgono,
come vecchi giganti che l’elmo chiomato scotendo
e la battaglia guardano.
Come scudi d’eroi che splendon nel canto de’ vati
a lo stupori de i secoli,
raggianti nel candore, di contro al sol che pe ‘l cielo
sale, i ghiacciai scintillano.

Sol de le antiche glorie, con quanto ardore tu abbracci
l’alpi ed i fiumi e gli uomini!
tu fra le zolle sotto le nere boscaglie d’abeti
visti i morti e susciti.
– Nati su l’ossa nostre, ferite, figliuoli, ferite
sopra l’eterno barbaro:
da’ nevai che di sangue tingemmo crosciante, macigni:
valanghe, stritolatelo. –

Tale da monte a monte rimbomba la voce de’ morti
che a Risecco pugnarono;
e via di villa in villa con fremito ogn’ora cresente
i venti la diffondono.
Afferan l’armi e a festa i giovani tizianeschi
scendon cantando Italia:
stanno le donne a’ neri veroni di legno fioriti
di geranio e garofani.

Pieve che allegra siede tra’ colli arridenti e del Piave
ode basso lo strepito,
Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque
Sotto la fosca Ajàrnola,
e Lorenzago aprica tra i campi declivi che d’alto
la valle in mezzo domina,
e di borgate sparso nascose tra i pini e gli abeti
tutto il verde Comelico,

ed altre ville ed altre fra pascoli e selve ridenti
i figli e i padri mandano:
fucili impugnan, lance brandiscono e roncole: i corni
de i pastori rintronano.
e a chi la patria nega, nel cuor nel cervello nel sangue
sozza una forma brulichi
di suicidio, e da la bocca laida bestemmiatrice
un rospo verde palpiti!

(III verso)
A te ritorna, sì come l’aquila
nel riluttante dragon sbramatasi
poggiando su l’ali pacate
e l’aereo nido torna e al sole,

a te ritorna, Cadore, il cantico
sacro a la patria. Lento nel pallido
candor de la giovine luna
stendesi il murmure de gli abeti
da te, carezza lunga su ‘l magico
sonno de l’acque. Di biondi parvoli
fioriscono a te le contrade,
e da le pendenti rupi il fieno

falcian cantando le fiere vergini
attorte in nere bende la fulgida
chioma; sfavillan di lampi
ceruli rapidi gli occhi: mentre
il carrettiere per le precipiti
vie tre cavalli regge ad un carico
di pino da lungi odorante,
e al cidolo ferve Perarolo,

e tra le nebbie fumanti a’ vertici
tuona la caccia: cade il camoscio
a’ colpi sicuri, e il nemico,
quando la patria chiama, cade.
Io vo’ rapirti, Cadore, l’anima
di Pietro Calvi; per la penisola
io voglio su l’ali del canto
aralda mandarla. – Ahi mal ridesta,

ahi non son l’Alpi guancial propizio
e sonni e sogni perfidi, adulteri!
lèvati, finì la gazzarra:
lèvati, il marzio gallo canta! –
Quando su l’Alpi risalga Mario
e guardi al doppio mare Duilio
placato, verremo, o Cadore,
l’anima a chiederti del Vecellio.

Nel Campidoglio di spoglie fulgido,
nel Campidoglio di leggi splendido,
ei pinga il trionfo d’Italia,
assunta novella tra le genti.

Giosue Carducci 

Andrea Bonazza