6 Luglio 2022

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Nel Carcere Mamertino tra Vercingetorige e i santi Pietro e Paolo

Iniziamo questa preparazione pre-solstiziale direttamente da Roma, passeggiando per i Fori Imperiali e sfruttando il libretto allegato de il Primato Nazionale di novembre: “Romolo il Fondatore” di Stefano Bianchi. Proprio da questo “quaderno dei Grandi Italiani” voglio trarre una bellissima citazione del nostro Adriano Scianca per partire con questa nuova pagina del mio diario di viaggio:

“Fatta Roma, bisogna comportarsi da Romani. La figura di Romolo ci ricorda quell’impegno e quella promessa, ci richiama alla comprensione di una voce per cui credevamo di non avere più orecchie da poter usare”.

Oggi visitiamo l’antichissimo Carcere Mamertino, o Carcer Tullianum, sotto la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, a pochi passi dalla Via Sacra nel Foro Romano. Per mille anni qui furono imprigionati i traditori e i nemici più illustri di Roma, sia pagani che cristiani. Da Ponzio, re dei Sanniti, a Vercingetorige, re dei Galli, fino ai santi Pietro e Paolo e ai congiurati di Catilina. Pensando ai grandi personaggi qui “ospitati” e allo spazio ridotto offerto dalle sue segrete dobbiamo ricordarci però che, nel periodo romano, erano assai pochi i prigionieri detenuti per lungo tempo; le condanne infatti prevedevano multe, confisca dei beni, esilio o direttamente la morte. Per i Romani era quindi fuori discussione mantenere un prigioniero a spese dello stato a meno che questo non sia stato di grande importanza per lo stato stesso. Come fu per il caso di Vercingetorige che Giulio Cesare tentò di far sopravvivere il più a lungo possibile.

Il piccolo museo, al quale accedo con il Greenpass di Spongebob pagando un costo, più che eccessivo, di 10euro, è dislocato su due piani che in antichità furono ricavati da alcune grotte sulle pendici meridionali del Campidoglio, in prossimità delle Scale Gemonie, così chiamate per i gemiti emessi dsi condannati qui trascinati. La più profonda di queste grotte risale all’epoca arcaica, tra l’ottavo e il settimo secolo a.C., e venne ricavata dalle Mura serviane della Roma dei re, mentre la seconda e più “recente” è di epoca repubblicana. Secondo Tito Livio il Carcer Tullianum fu realizzato da Anco Marzio nel VII secolo a.C. e il suo stesso nome sarebbe direttamente collegato alla sua fonte, tullus, polla d’acqua. Alcuni però sostengono che la derivazione Tullianum provenga dai re Servio Tullio o Tullo Ostilio e, sinceramente, era proprio ciò che pensavo anch’io.

Al piano superiore, a livello strada, subito passata la biglietteria troviamo due piccole sale con bacheche in vetro nelle quali sono esposti gli oggetti rinvenuti dagli scavi archeologici nell’area. Vasellame, busti, antefisse, monete, medaglioni e crocifissi in bronzo, gli scheletri di un adulto e di una bambina e, cosa molto interessante, i semi, i legumi e le ossa di animali impiegati in offerta agli dèi. Alcuni plastici e pochi pannelli descrivono in modo abbastanza accademico la storia dell’antico carcere, senza che essi però riescano a far scaturire nel visitatore importanti emozioni che, per importanza, il luogo dovrebbe evocare.

Scendendo nelle sale sottostanti per mezzo di alcune scalette di metallo giungo in quella che doveva essere stata una cella, dalle pareti in peperino e travertino, poi convertita a cappella cristiana. Se nella parete centrale troviamo la raffigurazione dei santi Pietro e Paolo dietro le sbarre carcerarie, su un’antica colonna a destra di essa vi è un’anonima targa che ricorda il re della Gallia, Vercingetorige. Dislocata all’incirca all’interno di questa sala vi è un pozzetto chiuso da una grata che collega il piano alla cella sottostante nella quale entrerò adesso scendendo altri gradini.

Ciò che si apre davanti a me è uno spazio buio e angusto, con il pavimento in cruda pietra spaccato al centro da una pozza d’acqua. È la sorgente che la tradizione cristiana associa al miracolo dell’apostolo S.Pietro. Dopo essere caduto sbattendo il capo sulla dura roccia, unitamente a San Paolo egli fece scaturire l’acqua dalla pietra quando fu detenuto per più mesi in questa cella. La sorgente gli permise di battezzare i suoi carcerieri convertiti al Cristianesimo, Processo e Martiniano, insieme ad altri 47 compagni poi coronati del martirio. Pur senza menzioni, questo doveva essere però anche il luogo nel quale furono rinchiusi: oltre al re dei Sanniti, Ponzio, qui decapitato nel 290 a.C. in seguito alle Forche Gaudine; Erinnio Siculo nel 123 a.C., Gaio Sempronio Gracco nel 121 a.C., Giugurta, il re della Numibia, nel 104 a.C., i compagni di Catilina, Lentulo e Catego nel 63 a.C., Vercingetorige nel 46 a.C., il prefetto del pretorio di Tiberio, Seiano, insieme ai propri figli, nel 31 d.C., il difensore di Gerusalemme, Simone di Giora, nel 71 d.C., e, infine, come vi dicevo: gli apostoli Pietro e Paolo.

Pensando al De Bello Gallico e all’ammirazione che Giulio Cesare provava per il re degli Arverni, stringo forte la pietra di questa cella con la mano destra, in segno di profondo rispetto per il guerriero celtico, e penso a quante volte, quaggiù, per i 6 anni della sua detenzione in attesa di essere decapitato, Cesare scese a parlare furtivamente con lui, il suo opposto barbaro, per coglierne tradizioni e mentalità guerriera. Mentre accarezzo una delle pagine più importanti della storia europea cercando di coglierne le energie, però, guardandomi intorno non trovo alcuna descrizione su tutto ciò all’infuori dell’umile targhetta di marmo posta al piano di sopra. Si tratti di damnatio memoriae cristiana o, più semplicemente, di incompetenza museale, mi rattristo a vedere due turisti francesi che, scendendo le scale e trovatisi davanti a una grotta con una pozzanghera, delusi risalgono i gradini percorsi. Forse è meglio che, pur nella mia piccola cultura autodidatta, li rincorro per spiegar loro che lì sotto venne imprigionato il più famoso e forse più grande re del loro antico popolo.

Andrea Bonazza