18 Gennaio 2022

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Il primo monumento di Umberto I ad Asti

Mentre l’Alto Adige viene rimesso in zona gialla dall’idiozia dei suoi governanti, mi trovo a fuggire questo ennesimo lockdown pre-natalizio per tornare in Piemonte. Ormai da qualche settimana mi trovo ad Asti ai mercatini di Natale, più precisamente alla casetta di Territalia; virtuoso progetto lavorativo che si prefigge l’obbiettivo di rilanciare e difendere la piccola-media impresa italiana e le eccellenze enogastronomiche dei medesimi territori (per saperne di più visitate il sito www.territalia.it oppure contattatemi).

Ma arriviamo alla storia di oggi… lungo via Alfieri di Asti e poco distante da piazza Roma, circondato non proprio adeguatamente da un parcheggio per automobili, vi è un maestoso monumento equestre dedicato a Umberto I sito nell’omonima piazza. Inaugurato il 4 ottobre 1903, questo fu il primo monumento dedicato al sovrano assassinato il 29 luglio del 1900 a Monza, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, dopo che il re d’Italia scampò ad altri due attentati anarchici. Inizialmente intitolata anch’essa al re con l’inaugurazione del monumento bronzeo, la piazza semicircolare che lo ospita fu poi ribattezzata agli eroi risorgimentali Fratelli Cairoli nel 1944 ma, per i cittadini di Asti, il nome più familiare attribuitogli è quello di piazza del Cavallo. Questa prestigiosa opera urbanistica la si deve principalmente al conte astigiano Leonetto Ottolenghi che finanziò per intero piazza e monumento. Quest’ultimo è composto da una base di marmo ornata da fregi e due statue in bronzo che raffigurano il Valore e la Pietà, sormontate poi a loro volta dall’imponente statua di Umberto I a cavallo, opera dello scultore astigiano Corrado Betta. Il giorno dell’inaugurazione l’intera città era in festa con bandiere tricolori che pendevano e penzolavano da balconi e finestre ad accogliere il Duca d’Aosta in rappresentanza di re Vittorio Emanuele. Al suo seguito un nutrito corteo illustre di autorità cittadine e nazionali, accompagnate dai vessilli delle contrade e delle associazioni combattentistiche e d’arma, e dalle fanfare dei Cavalleggeri, dei militari in congedo e del 12°Fanteria di Alessandria.
Fermo in ammirazione davanti a questo monumento e alla sua storia secolare, ancora una volta la mente mi scorre in un paragone con le odierne e grigie piazze, dai monumenti privi di senso comunitario, e da un distaccamento sempre più netto dalla storia della nazione. Oggi i sovrani del progressismo di Stato rimangono a cantarsela e raccontarsela tra loro, in quattro vecchi gatti spelacchiati o supponenti giovanotti radical chic, che credono di saper già tutto della vita, sputando discorsi dettati meccanicamente da linee guida imposte da manuali politicamente corretti e accompagnati dalle note di canzoni che domani già non ricorderà nessuno come i loro “eroi”; per lo più uomini qualunque senz’arte ne parte, destinati all’oblio di un futuro senza storia.
Andrea Bonazza