18 Gennaio 2022

AndreaBonazza.info

Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Alla scoperta di Augusta Bagiennorum, la piccola Roma piemontese

Il risveglio di oggi è stato a dir poco mistico! Dopo una bella serata a il Maestrale di Cuneo in cui ho raccontato la nostra missione di Solid Onlus in Armenia, con relativi progetti in aiuto alle popolazioni dei villaggi di confine, questa mattina mi sono risvegliato in una bellissima casa degli anni Trenta, colma di somboli a me cari, immersa nella campagna piemontese e difesa dalla meravigliosa e possente cinta delle Alpi occidentali. Mi trovo nella storica, anche se poco conosciuta, Bene Vagienna, famosa in antichità per essere stata la città romana: Augusta Bagiennorum. Tempo di compiere qualche esercizio e di bere un caffè in compagnia di Davide, un vecchio amico e uomo di mondo, con lo stesso mi ritrovo subito catapultato in altre epoche immergendomi tra le rovine augustee del parco archeologico antistante casa sua.

AUGUSTA BAGIENNORUM 
Il municipium Julia Augusta Bagiennorum fu fondato dai romani su di un preesistente insediamento celtico capitale dei Liguri Bagienni che vivevano su questo altipiano. Il periodo di fondazione sembra risalire allo stesso di altre importanti città romane della Gallia Cisalpina; come Augusta Taurinorum (Torino) e Augusta Praetoria (Aosta). Insieme a Pollentia, oggi Pollenzo, e Alba Pompeia, oggi Alba, Augusta Bagiennorum costituiva un’importante centro urbano per questo territorio ricco di risorse agricole e naturali. Ma la nostra Augusta rappresentava anche un ottimale punto di controllo strategico per il dominio dell’intera vasta area di confine con le Galie. Qui infatti i Romani potevano controllare sia i valichi alpini che le vie marittime che portano in Liguria, ma anche i passaggi fluviali dei vari affluenti del Po, fondamentali all’epoca per il trasporto di merci e materiali.
PARCO ARCHEOLOGICO 
Entrando nella vasta area di 21 ettari sulla Piana della Roncaglia, nel parco archeologico che sorge nel bel mezzo dei campi troviamo immediatamente le prime tracce dell’antica città. I resti di mura perimetrali e le fondamenta di varie costruzioni sono ancora ben visibili, sparsi qua e là a macchia di leopardo, tra i terreni dei contadini. Se da un lato questi ultimi si rivelano oggi un argine burocratico alle ricerche archeologiche e allo sviluppo del parco, dall’altra conservano però il territorio per il più alto ruolo che uomo e natura ad esso hanno affidato. D’altronde i fondi e la volontà da parte dello Stato e delle istituzioni locali di recuperare l’area non sembrano molto vigorose e, i contadini, difficilmente rinunciano a questa loro fonte di reddito e sostentamento, magari tramandata da generazioni, per pochi spiccioli e un minuscolo articoletto di vana gloria.
AREA SACRA
Ma torniamo alle nostre rovine immergendoci ora nel foro. I primi resti in cui mi portano il buon Davide e il suo Stug, bellissimo pastore tedesco iperattivo, appartengono a quella che fu l’area sacra con ancora visibile il podio restaurato di un antico tempio, probabilmente risalente al periodo tra il primo e il quinto secolo d.C., forse dedicato alla Triade Capitolina. Stando alle ricerche archeologiche l’alto podio era costituito dall’altare, una curia rettangolare e da un porticato a navata unica su tre lati, intervallati da absidi che, stando ai ritrovamenti di offerte e pregiati reperti, dovevano ospitare le statue divine, probabilmente proprio della Triade: Giove, Giunone e Minerva. Il tempio ci ha restituito alcuni pregevoli reperti quali un hasta pura e una voluta in bronzo dorato, probabilmente ex-voto, oltre ad elementi architettonici di decorazione del soffitto che si possono ammirare al museo cittadino.
CIMITERO MEDIEVALE 
Sito nel punto più a nord dell’antico insediamento, costruito sulle fondamenta di una preesistente domus, dietro al tempio vi è un piccolo cimitero medievale dalle fosse oggi rese in parte visibili.
FORO
Poco distante dal complesso appena visitato, nei pressi delle terme dotate di un calidarium riscaldato, troviamo l’area forense dedicata alle attività politiche e religiose. Dalle dimensioni mediamente modeste (36x115m), la piazzetta rettangolare del foro era lastricata a ciottoli e circondata da un marciapiede rialzato chiamato crepidine. Attraversata dal Decumano massimo che ne divideva gerarchicamente la funzione, tra pubblica e religiosa, lungo il suo porticato vi erano botteghe (tabernae) e ambienti che ci hanno restituito alcuni frammenti di intonaci parietali affrescati. Se da un lato si ergeva il tempio, dall’altro vi era la basilica civile destinata all’esercizio delle funzioni giuridiche e amministrative della comunità. Essa misurava 75x26m e aveva tre navate chiuse sui lati brevi, con un soffitto decorato da antefisse di terracotta a foglie di palma. Nonostante ad oggi sia l’unico esempio in tutto il Piemonte, e molto raro in tutta l’Italia settentrionale, di basilica civile romana, purtroppo per fondi, contese e burocrazia è stata rinterrata nei campi agricoli divenuti demaniali e interrompendone quindi lo studio e la vista al visitatore.
TEATRO
Compiendo una breve camminata in mezzo ai campi arati dai contadini, tra fondamenta di domus e scavi archeologici ancora in corso, giungiamo al grande ventaglio di pietre e laterizi che duemila anni fa era il teatro romano di Augusta Bagiennorum. Scoperto sul finire dell’Ottocento e restaurato nel secolo scorso, nonostante ne rimangono oggi pressoché solo le fondamenta, la planimetria del teatro è ancora ben distinguibile. Costruito nel I secolo d.C.  con materiali provenienti dall’Africa settentrionale ma anche dall’Asia minore e dalle isole greche dell’Egeo, scopro che l’elemento dominante era in realtà il marmo bianco di Luni, che mi riporta automaticamente con la mente al romanzo “il Sentiero del Lupo”, di Valerio Crusco, appena finito di leggere e niente è per caso. Per edificare questo teatro sono state adottate le tecniche più all’avanguardia dell’architettura romana dell’epoca. Da come spiegano i pannelli illustrativi del parco, l’antico edificio poggiava su un terrapieno artificiale con venti muri radiali che, a loro volta, formavano delle concamerazioni cieche destinate a reggere la cavea con due ordini di gradinate: la ima cavea e la summa cavea, e delimitata dall’ambulacro, ovvero il corridoio esterno. Con il suo diametro massimo di 57m il teatro poteva ospitare fino a tremila spettatori che, nonostante nell’impero ve ne fossero di dimensioni e capienza ben maggiori, rende comunque l’idea dell’importante ruolo urbano e politico di Augusta Bagiennorum nella zona. Attraversando le rovine tra la platea e il palco, con il vecchio amico Davide commentiamo polemici la scelta dell’amministrazione nel riprodurre le porte scenografiche con dei telai squadrati in cemento; se non altro per l’importanza che le tre entrate dovrebbero avere. Mi tornano infatti alla mente i meravigliosi teatri siriani di Bosra e Palmira dove, le porte di scena dalle quali facevano il proprio ingresso gli attori, sono delimitate da possenti colonne e fregi classici così da evidenziarne l’importanza. C’è da dire però che, purtroppo, pochissimo o nulla è rimasto delle colonne, delle statue e dei fregi che adornavano il frontescena. Alcuni reperti come un capitello corinzio quadrangolare, frammenti di statue, cornici o lastre di rivestimento sono ad oggi esposte al museo archeologico cittadino che però, richiamato dal dovere in Lombardia non riuscirò a visitare.
LA PORTICUS POST SCAENAM
Proseguendo la passeggiata passando alle spalle del teatro, dietro “le quinte” troviamo altre rovine, databili tra il I e il IV secolo, riferibili al porticato che ospitava attori e spettatori, offrendo ombra rinfrescante e riparo dalla pioggia. Al centro del cortile porticato si ergeva un tempio, oggi non più visibile, probabilmente dedicato a Bacco o Dioniso, divinità sacre al mondo teatrale fin dalle tragedie greche.
BASILICA PALEOCRISTIANA 
Con il passare dei secoli, nel mutamento dal culto pagano a quello monoteista tra il V e l’VIII secolod.C., il tempio della porticus divenne una basilica cristiana. Probabilmente centro di un nuovo abitato medievale sulle rovine dell’insediamento romano abbandonato, questa cappella campestre era forse la pieve di Santa Maria, durata fino al 1583. Le sue fondamenta più antiche, edificate sul tempio politeista, risalgono al V-VI secolo e contava una lunghezza di 25m. Nell’Ottocento qui venne scoperto un pozzo che, con buone probabilità, potrebbe essere stato l’antica fonte battesimale della complesso cristiano. Tra il VII e l’VIII secolo d.C., in tarda età longobarda, la chiesa fu ampliata divenendo basilica a tre navate. Nel corso degli scavi ottocenteschi è riemersa una tegola in terracotta sulla quale è impresso un bollo che cita un “mastro Albino”, a dimostrazione del pregiato artigianato dei territori piemontesi e liguri nell’alto medioevo.
ANFITEATRO 
Usciti dalle antiche mura perimetrali di Augusta Bagiennorum troviamo in fine la vasta area propria dell’anfiteatro romano. Ricordandovi la differenza tra un teatro, di pianta semi-circolare e funzionale alle storie messe in scena dagli attori, e un anfiteatro, ovale e preposto ad attività sportive come possono essere i nostri stadi; nel II secolo anche Augusta Bagiennorum godeva di cruenti spettacoli gladiatori che infiammavano gli spettatori. Costruito anch’esso su di un terrapieno artificiale, la sua cavea elittica misurava 105x77m, era delimitata da un muro perimetrale ed era divisa da due distinti ordini di gradinate. All’esterno di esso, come nei migliori esempi monumentali resistiti ai tempi (Colosseo, Arena di Verona, Pola, etc.), seppur modestamente anche l’anfiteatro di Augusta Bagiennorum esibiva un prospetto di arcate esterne nelle quali soggiornavano tabernae e cittadini accorsi agli eventi.
Rimontando sul mezzo britannico del buon Davide per farmi infilare un’altro odioso tampone nel naso e correre a prendere l’ennesimo treno, continuiamo a ragionare sul concetto di ordine urbanistico e sociale che abbiamo ereditato dall’antichità romana. Oggi quasi e volutamente stravolto dai nuovi barbari di un progressismo ottuso che sta ributtando l’umanità nel chaos, probabilmente è proprio dagli insegnamenti dei nostri antenati e dalle leggi della Tradizione che dobbiamo cogliere la via volta alla salvezza della nostra civiltà. Dobbiamo tornare ad impugnare e respirare la terra coltivata dagli avi senza paura di sporcare la bolla di igiene in cui ci hanno imprigionato. Dobbiamo tornare ad accarezzare i marmi antichi e, chiudendo gli occhi, viaggiare in altre dimensioni in cerca di quelle energie e verità che ci omettono o che ci deformano. Dobbiamo, più di ogni altra cosa, riscoprirci Uomini. In quanto, come scriveva il generale vallone Leon Degrelle, apparteniamo a un popolo, a un suolo, a un passato; è possibile non saperlo, è possibile tentare di dimenticarlo, ma gli avvenimenti ci ricondurranno presto alle fonti della vita.
Andrea Bonazza