25 Maggio 2022

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Al Verano onorando i nostri Martiri, di generazione in generazione

L’8 gennaio a Roma, all’indomani del Presente in onore ai caduti di Acca Larenzia, con gli omaggi floreali deposti dalle comunità sul selciato della storica sezione siamo andati al Cimitero monumentale del Verano. Insieme a camerati di varie zone d’Italia e alcuni amici francesi abbiamo attraversato ordinatamente la parte monumentale del cimitero per giungere d’innanzi al Sacrario dedicato ai Martiri Fascisti. Restaurato con la volontà e lo sforzo di Carlo Giannotta, storico custode della sezione di Acca Larenzia venuto improvvisamente a mancare pochi anni fa, e l’operoso lavoro di Giovanni, Piero e degli altri volontari romani, dopo mezzo secolo di abbandono oggi il Sacrario risplende del ricordo vivo di una lunga continuità ideale. Qui, inquadrati in un rispettoso silenzio e dopo aver letto una toccante testimonianza, con in testa il più giovane tra noi abbiamo consegnato agli spiriti di questi eroi dimenticati i fiori raccolti ad Acca Larenzia.

DA ACCA LARENZIA AI MARTIRI FASCISTI 

Tale azione è per noi molto più di una commemorazione; è un rito sacro che ci ricongiunge ai nostri padri nel rinnovare un giuramento di fedeltà a un’idea immortale. Di generazione in generazione. I militanti di oggi colgono le rose intrise nel sangue di Franco, Francesco, Stefano e di tutti i camerati caduti negli anni ’70, per portarle al tempio dei Martiri in camicia nera affinché le custodiscano abbracciando nell’immortalità i Cuori Neri caduti negli Anni di Piombo. Un rito simbolo di una continuità non sindacabile che deve necessariamente continuare ad imporsi sulla grigia politica odierna, sulla logica borghese e sulle comodità di una società spalmata unicamente sul piano orizzontale e materiale.

PIO FILIPPANI RONCONI
Spostandoci dal Sacrario ci siamo poi recati a rendere onore al grande orientalista stimato in tutto il mondo e autore di innumerevoli saggi, il prof. Pio Filippani Ronconi, davanti alle sue spoglie. Arruolato giovanissimo nella seconda guerra mondiale dopo l’8 settembre 1943, Untersturmführer nella 29^ Divisione italiana Granatieri delle Waffen SS e successivamente Tenente nella Wehrmacht, Filippani Ronconi non ha mai rinnegato il proprio passato militare, anzi, lo ha sempre rivendicato con il lucido orgoglio di chi la storia la ha vissuta realmente, non su di un libro o una pellicola cinematografica, ma al fronte e da protagonista degli eventi. Forse qualcuno starà pensando che ho perso il senno della ragione ad affermare queste cose che sfiorano l’apologia al nazismo ma, gonfiando il petto in ricordo del Professore, lo invito a levarsi il paraocchi e a documentarsi sulla sua indomita vita o leggere anche solo qualche pagina delle sue importantissime opere.
LEGIONARI ROMENI 
I nostri passi all’interno del Verano ci conducono poi davanti alle tombe di alcuni legionari romeni della storica Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu. Semplici e umili croci restaurate dai nostri volontari e arricchite dalla bandiera della Romania e dall’inconfondibile cancelletto di croci del Movimento Legionario. Purtroppo poco o nulla conosciamo della storia di questi camerati romeni qui sepolti ma, ne sono certo, il buon Christian e gli altri volontari che si prendono cura delle loro lapidi riusciranno un giorno a scoprire le loro storie.
CLARETTA
Arriviamo adesso davanti alla grande ed elegante tomba di famiglia dei Petacci. Proprio ai piedi di un angelica scultura femminile che la ricorda, qui riposa la Martire d’Italia Claretta, amore incondizionato del Duce. Un silenzio irreale avvolge il drappello di un centinaio di persone, spontaneamente allineate e con gli occhi lucidi fissi sulla data nefasta incisa sul marmo. Quello schifoso 28 aprile 1945, qui, davanti alle spoglie di Colei che con il corpo, la vita e lo spirito pagò il prezzo della fedeltà all’Uomo e alla sua Idea, fa ribollire il sangue pensando alle infami barbarie che le nostre Donne subirono dagli stessi vigliacchi partigiani che oggi starnazzano sul fronte femminist*. Ma non è questo né il luogo né il momento per lasciarci divorare dall’odio contro chi ci vorrebbe ancora tutti morti. Lasciamo che un mazzo di rose rosse attraversi il lungo corridoio di camerati per posarsi delicatamente davanti a Clara Petacci. Mentre dentro di me, respirando a fondo, ripenso alle parole d’amore che le furono dedicate in una profetica lettera:
“Cara, comincio col dirti: per la giovinezza che m’hai dato, per la fedeltà che mi hai portato, per le torture che hai coraggiosamente sopportato, durante il periodo più nero della storia italiana, io ti amo, come nel 1936-39, come nel 1940, come sempre.”
Benito Mussolini, 10 ottobre 1943
MAMELI
Incamminandoci verso l’uscita del cimitero monumentale capitolino facciamo adesso un’ultima doverosa tappa per onorare anche gli eroi che precedettero il Novecento. Dal gladio al fascio littorio passando per la lira, dalla lupa di Roma al suo corpo disteso sul letto di morte con in pugno la bandiera, il monumento a Goffredo Mameli incanta per la sua esplosione di simboli sacri alla patria. Scolpita dal siciliano Luciano Campisi a fine Ottocento, quest’opera immortala il ricordo del giovane patriota che donò ai suoi fratelli d’Italia l’inno nazionale, prima di cadere eroicamente nella battaglia del Vascello nel 1849. Dal 1941 però, le ossa del poeta furono traslate da questa tomba al Mausoleo Garibaldino del Gianicolo, così che possano riposare insieme a quelle degli altri patrioti risorgimentali.
Disponendoci tra le tombe di Mameli e quella simbolica di Garibaldi (in teoria il corpo imbalsamato venne tumulato a Caprera), che si guardano l’una di fronte all’altra con alchemica simmetria, una giovanissima militante siciliana posa l’ultima rosa sul marmo dell’Unità d’Italia. Il pensiero corre ai padri del Risorgimento che seppero infondere coraggio al popolo affinché lo stesso ne cogliesse il testimone. Dalla prima alla seconda guerra mondiale quella continuità di visione e di forza vi è senza dubbio stata nel cuore di pressoché ogni italiano. Ne fu colta la fiaccola anche nei periodi bui ma vivaci che insanguinarono la nazione negli anni ’60 e ’70. Ma oggi… Oggi anche la lotta ha cambiato volto; nascondendosi alle nuove generazioni per le cause importanti e privandoci, forse, dell’ultima romantica scarica di adrenalina nella corsa di un assalto.
Sono anni terribilmente desertificanti quelli in cui stiamo vivendo. L’uomo occidentale viaggia impazzito in mille direzioni cieche e fuorvianti senza mai trovare la propria strada e senza rispettare le proprie origini. In questo deserto di melma, dove muoversi è reso sempre più pesante dal fango in cui ci hanno impantanati, noi possiamo però ancora rivendicare chi siamo, da dove veniamo e cosa vogliamo. Possiamo e dobbiamo ancora riconoscerci e ritrovarci sul bianco marmo dei nostri avi progettando il nostro domani e il futuro della nostra nazione. Siamo e rimarremo sempre degli inguaribili sognatori, certo! Come lo furono i grandi uomini che ci hanno preceduto e che tanto tempo fa ci affidarono quell’antico sogno chiamato Italia.
Andrea Bonazza 
Foto: Victoire Eva