25 Maggio 2022

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Scoprendo gli Sciti, antichi nomadi guerrieri indoeuropei

Qualche sera fa ho avuto modo di guardare “the Last Warrior”, titolo originale:The Scythian – I lupi di Ares, un film russo del 2017 che, fatta eccezione per il titolo un po’ troppo forzatamente yankee, è riuscito a farmi positivamente compagnia per un paio d’ore. Oltre ad innondare lo schermo di sangue e violenza brutale, la pellicola del regista russo Rustam Mosafir offre uno spaccato su di un non ben precisato periodo storico, forse pre-medievale, che incrocia popoli cristiani con antichi culti e tribù pagane indoeuropee. L’area geografica e storica in cui è ambientato il film potrebbe essere tra l’Europa orientale e la steppa siberiana, ma potrebbe essere anche tra la Mongolia e il Caucaso meridionale, arrivando ai confini dell’odierno Iran. Assai difficile dirlo e, di certo, il regista, forse volontariamente, non ha espresso troppi indizi per svelarne l’arcano. In realtà però credo che la scelta di Mosafir sia legata alla vasta area che il popolo scita, protagonista del film, ha occupato nel corso della storia eurasiatica.

THE LAST WARRIOR

Nel film un guerriero cristiano subirà una lunga serie di vicissitudini a causa di un complotto per spodestare il principe al quale egli è fedele. In un sanguinoso colpo di mano gli verranno strappati moglie e figlio appena nato da un manipolo di guerrieri nomadi Sciti. Grazie a uno di loro, il cristiano farà qualsiasi cosa per ritrovarli scoprendo i lati più tribali di sé stesso e imparando le virtù della spiritualità guerriera scita. Non è certo mia intenzione spoilerarvi l’intera trama, molto avvincente e per nulla scontata, ma intendo cogliere l’occasione per studiare insieme la storia di questa antichissima e misteriosa civiltà.
GLI SCITI
Gli Sciti erano un popolo guerriero nomade insediato tra l’odierna Ucraina e la Russia meridionale ma il cui impero, tra il IX e il II secolo a.C. si estendeva dal Mar Nero alla Cina. Non avendo tramandato nulla di scritto o di costruito al di là delle proprie tombe, a parlarci di questa misteriosa cultura in antichità fu soprattutto lo storico greco Erodoto, descrivendo gli Sciti come un popolo nomade “dai capelli color fuoco e gli occhi cerulei” di abilissimi arcieri e cavalieri, che terrorizzava le genti delle terre confinanti con devastanti incursioni, bevendone il sangue e riutilizzandone scalpi e pelli scuoiate come trofei, mantelli o vessilli di guerra. Tra questi guerrieri che alcune antiche testimonianze vorrebbero accompagnati in battaglia dalle proprie donne, si pensa possano discendere anche le antiche Amazzoni della mitologia greca. Secondo Erodoto gli Sciti usavano inebriarsi con i fumi dei semi di canapa posti su pietre ardenti e respirati all’interno di tende di feltro. Riscontrato anche da vari ritrovamenti archeologici, questi riti avvolgevano i guerrieri in viaggi mistici provocando serenità prima o dopo le battaglie. Come nella storia, anche nel film “the Last Warrior” viene evidenziato come il sangue proprio o quello del nemico abbia un ruolo determinante nella religiosità scita, con decapitazioni e rituali di lotta o sacrificio dedicati alle divinità; nel caso della pellicola al dio Ares, erroneamente definito dai più il corrispondente ellenico di Marte.
ARCHEOLOGIA
Sempre in un botta e risposta tra lo storico greco e l’archeologia moderna, è oggi confermato che le sepolture di questi guerrieri avvenivano con un corredo funerario umano e animale. I più valorosi tra loro venivano infatti tumulati con al seguito il proprio cavallo, ucciso con un colpo d’ascia in fronte, e le proprie concubine ammazzate per strangolamento, affinché potessero accompagnare lo spirito del guerriero nell’aldilà. Come avvenne per pressoché tutte le civiltà indoeuropee, oltre a questa macabra ritualità, il restante corredo funebre era composto da armi e oggetti in oro, pellicce, tessuti e pelli umane tatuate che gli archeologi hanno rinvenuto magnificamente conservate dal permafrost siberiano. I volti di alcuni defunti scoperti dai ricercatori hanno poi svelato particolari mummificazioni all’interno di maschere di argilla che stanno permettendo oggi studi più approfonditi sul Dna di questo antico popolo.
MITO DELLE ORIGINI: ERCOLE E TARGITAO
Definiti barbari dai Greci, nei secoli gli Sciti ebbero un’organizzazione della società dinastica, con un proprio re ereditario, abili artigiani e orafi, e una casta guerriera predominante. Ma ben poco si conosce delle origini di questo popolo le cui tracce risalgono fino al XIX secolo a.C. Sempre Erodoto narra due distinti miti; il primo appartiene alle colonie greche del Ponto Eusino e vorrebbe gli Sciti discendenti dall’unione tra Eracle ed Echidna, mostro mitologico mezzo donna mezzo serpente che si unì carnalmente ad Ercole in Scizia con la promessa di restituire al semi-dio i suoi cavalli. Da questa unione nacquero tre figli: Agartiso, Gelono e Scite che, come potete immaginare, quest’ultimo diede poi origine alla stirpe degli Sciti. Per rimanere in Scizia e dominare quelle terre ai tre figli fu imposta una prova; essi dovettero tendere l’arco cingendosi, come solo Ercole sapeva fare, la vita con la cintura. Dei tre solo terzogenito Scita fu in grado di vincere la prova divenendo il primo re della Scizia. Secondo la tradizione tramandata da Erodoto vi è però un altro mito fondatore; gli Sciti identificavano la propria nascita dall’unione divina tra Zeus e la figlia del fiume Boristene (oggi Dnepr). Dall’amore tra i due nacque Targitao che a sua volta diede alla luce tre figli: Lipossai, Arpossai e Colossai. Dalla morte del padre i tre fratelli dominarono insieme per lungo tempo finché un giorno caddero dal cielo alcuni oggetti d’oro: un ascia bipenne, un aratro e una coppa. Lipossai e Arpossai provarono a prenderli ma questi diventarono subito incandescenti facendoli desistere. Colassai però, il più giovane, riuscì incredibilmente a cogliere i manufatti d’oro divenendo unico re proclamato dai suoi stessi fratelli. Come fu per l’intero mondo ariano, a questi tre oggetti divini colti da Colassai derivarono le tre caste: quella sacerdotale corrispondente alla coppa, quella guerriera all’ascia bipenne e quella contadina o più in generale dei lavoratori, corrispondente all’aratro e al giogo.
PAGANESIMO SCITA
La principale via tradizionale della religiosità scita è da ricercare nelle possibili radici iraniche di questa civiltà: tra i culti più diffusi vi era infatti quello del fuoco, di Mithra e di riti sciamanici propri della cultura persiana. A seconda dei ceppi della grande confederazione scita, però, vi era anche l’adorazione per altre divinità come la Grande Dea; già venerata dagli antichi popoli della Russia meridionale, essa aveva le sembianze del mostro mitologico greco Echnida, metà donna e metà serpente, e spesso accompagnata da a animali totemici quali il corvo e il cane. Se un animale predominante nel Pantheon degli esseri divinizzati era per gli Sciti il cervo, che accompagnava l’anima del defunto nell’aldilà, gli dèi sciti si intrecciavano perlopiù con la mitologia greca. Tabitì era la corrispondente di Hestia, Papeo di Zeus, Terra che nella tradizione scita assurge il ruolo di consorte del padre degli dèi, Etosiro che corrisponde ad Apollo, Arimeasa a Afrodite Urania, Tagimasada che era l’equivalente di Poseidone, e, come già detto: Eracle e Ares. Quest’ultimo, nella sceneggiatura del film così come nella storia reale, occupava un ruolo essenziale nella religiosità scita tanto da essere l’unica iconografia alla quale gli Sciti eressero templi e statue votive.
STORIA DI UN IMPERO 
Se gli albori della civiltà scita rimangono avvolti nel mistero con chi ritiene che appartenga al ceppo iranico indoeuropeo, chi la vorrebbe discendente dei Srubnaya, antica cultura delle tombe di legno dell’età del Bronzo, chi dai primi popoli ugro-altaici e chi invece ne ricerca l’origine nell’Asia centrale o nella Siberia, dal VIII secolo a.C. in poi abbiamo invece eloquenti tracce che ne attestano la storia. Vinti i nomadi delle steppe chiamati Cimmeri, gli Sciti si alleaorono con i Mannei per attaccare, nel 676 a.C., l’impero assiro. Dal canto loro, gli Assiri, menzionano nei loro scritti la vittoria bellica del re assiro Asarhaddon su un grande condottiero chiamato Kashtariti al comando di Mannei, Medi e quelli che chiamarono Ishkuzai, ovvero gli Sciti. Stando alle fonti babilonesi di diversi anni dopo, guidati da re Madyes gli Sciti invasero la Mesopotamia conquistando la regione centrale della Media. A conferma di questo ritroviamo sempre Erodoto che stima in 28 anni il periodo di occupazione scita in quelle terre in cui le popolazioni furono completamente assoggettate con violenze, schiavismo e pesanti tributi. Sconfitti poi da re Ciassare alla testa di una coalizione tra Medi e Babilonesi, gli Sciti indietreggiarono verso nord disperdendosi in diversi ceppi. Mentre uno di questi tornò sul Mar Nero, un altro si rifugiò sul Mar Caspio e, l’ultimo, arrivò sul Mare di Aral dove si unì con i Dahai, sciti di origine iranica. Ironia della sorte, al loro ritorno in patria i guerrieri si trovarono una sorpresa per nulla gradevole; le proprie concubine si erano unite infatti agli schiavi generando figli mistosangue. Ne nacque un’aspra guerra con questi ultimi non disposti a sottomettersi e, solo quando gli Sciti riuscirono a far arrendere i figli illegittimi, si ristabilì l’ordine sociale in cui la razza non mischiata con gli schiavi continuasse a predominare. Da prima invasi dai Persiani di Dario e poi stabilendosi sedentariamente nelle terre tra l’Ucraina e la Russia meridionale, i guerrieri diedero vita al grande regno di Scizia. Gli Sciti furono poi definitivamente estinti dai Goti nel secondo secolo dopo Cristo ma, come accenna la pellicola russa di Mosafir, una parte di loro continuò a vivere da nomade seminando il terrore tra l’Europa orientale e il Caucaso.
Andrea Bonazza