25 Maggio 2022

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In Crimea con gli italiani sopravvissuti ai gulag comunisti

Dieci anni fa, tra fine gennaio e i primi di febbraio del 2012, rispondendo a una chiamata dell’amico Walter Pilo dell’associazione L’uomo Libero Onlus mi recai all’aeroporto di Malpensa per l’ennesimo lunghissimo viaggio. Vari gli scali aerei: Milano-Vienna, Vienna-Kiev, Kiev-Simferopoli e, da Simferopoli, 4/5 ore su una scassatissima utilitaria sovietica fino ad arrivare a Kerch, cuneo geografico che si staglia tra il Mar Nero e il Mar D’Azov in quella Crimea che ospita una comunità italiana insediata lì da due secoli. Era la vigilia invernale dei campionati europei di calcio e, lungo la strada ghiacciata che mi portò a Kerch, trovai decine di cani randagi morti stecchiti lungo la carreggiata. Per il blasonato evento calcistico vhe avrebbe portato turisti e soldi da mezza Europa, infatti, il governo di Kiev attuò lo sterminio sistematico dei tanti randagi che scorazzavano in branchi per l’Ucraina. Come sempre fortunato, la mia permanenza in Crimea fu nell’inverno più freddo da cinquant’anni, con temperature giornaliere di meno 10/20 gradi e che la notte scendevano anche a meno 40. Se il clima meteorologico avvolgeva in un freddo siberiano, lo stesso non si poteva dire per il clima geopolitico che tra Ucraina e Russia iniziava a scaldarsi nei territori di confine del Donbass. Venni accolto a Kerch dagli amici della comunità italiana di Crimea che mi ospitarono nel vano ascensore – sede dell’associazione italo-crimea Cerkio – in un gigantesco casermone popolare sovietico. Leggendo il libro di Boico e Vignoli “L’Olocausto sconosciuto”, ebbi modo di ascoltare le testimonianze descritte nelle sue pagine direttamente dalla voce dei sopravvissuti ai gulag che ogni giorno incontravo trattato come una patria-reliquia. Racconti drammatici raccontati in un abbraccio continuo di vecchi occhi colmi di lacrime che mi mostravano fieri le foto di troppi padri e madri morti nei gulag. Il calore e l’orgoglio italiano mostratomi da Giulia Giacchetti Boico, coautrice del libro e presidente dell’associazione degli italiani di Crimea, mi fece sentire in Patria pur così distante da Essa. Mi fece sentire ancora una volta orgoglioso della mia identità ma, allo stesso tempo, mi fece vergognare per ciò che il nostro Stato fece e non fece a quei nostri connazionali che pagarono con la vita il caro prezzo di essere italiani.

Per spiegarvi la loro storia vi ripropongo qui di seguito il mio articolo pubblicato su il Primato Nazionale del 3 febbraio 2022.

Quell’olocausto degli italiani di Crimea dimenticato in patria
Kerch, 2 febbraio – In questi giorni ricorre l’ottantesimo anniversario dalla deportazione comunista degli Italiani di Crimea nei Gulag siberiani e del Kazakhistan. La triste storia di questi nostri connazionali è raccontata nel libro “L’olocausto sconosciuto, lo sterminio degli italiani di Crimea”, scritto da Giulia Giacchetti Boico e dal professor Giulio Vignoli, pubblicato da edizioni Settimo Sigillo nel 2008.
In Crimea fin dal periodo delle Repubbliche Marinare, fu soprattutto a fine dell’Ottocento che, su invito della Zarina Caterina II di Russia, la migrazione italiana approdò numerosa in quelle zone. La maggior parte degli italiani provenivano da Puglia, Liguria, Veneto e Trentino. Diversi furono anche i giuliani e gli istriani che scamparono alla morte rossa nelle terre irridente per trovarla però direttamente nel cuore geopolitico del comunismo. Nel 1920 infatti, con la Rivoluzione di Ottobre condotta da Lenin, la comunità italiana fin’ora benvoluta e che rappresentava il 2% della popolazione di Crimea venne espropriata dalle proprie terre e costretta a vivere nei Colcos, ovvero ghetti etnici, in cui i russi imposero una russificazione forzata dalla lingua ai cognomi. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale poi, le purghe staliniane all’indirizzo dei gruppi etnici furono sempre più dure, arrivando a gennaio 1942 quando le milizie bolsceviche iniziarono a deportare nei gulag di Siberia e Kazakhistan tutte le comunità etniche derivanti da nazioni ostil all’URSS. Tra questi vi erano anche i tremila italiani che, prelevati dai lager a fine gennaio, furono caricati su treni, navi e piroscafi per lunghissimi viaggi nel cuore dell’inverno russo. Stremati e assiderati, in molti non arrivano mai a destinazione e i loro corpi furono abbandonati tra la gelida steppa o gettati nel mare ghiacciato.
Tra la fine del terribile Sistema Gulag nel gennaio del 1960 e la dissoluzione del comunismo sovietico nel dicembre del 1991, insieme ad altri milioni di deportati i sopravvissuti italiani fecero lentamente ritorno in Crimea. Tra essi vi era chi, nato fisicamente nei gulag e non sentendosi legato alle terre dell’Est, provò in vano a recarsi in Italia in sieme a centinaia di superstiti; come un ritorno all’Antica Madre, per citare Virgilio. Come da prassi bolscevica l’URSS cancellò però loro l’identità sostituendola a numeri. Nessun passaporto o carta che attestasse l’italianità di questi nostri connazionali, ne in Russia né tantomeno in Italia dove, il Partito Comunista prima e parte della sinistra poi, negli anni si diede un gran da fare per cancellare le tracce di chi morì o rimase imprigionato nel “paradiso socialista”. Come fu per le foibe e i nostri connazionali nell’Istria e nella Dalmazia, i governi italiani non riconobbero ne le deportazioni italiane né l’italianità stessa di chi morì o sofferse nei gulag sovietici. Fu solo nel 2015 che, grazie ad un accordo tra il presidente russo Vladimir Putin e l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi, i nostri connazionali di Crimea ricevettero finalmente la cittadinanza italiana e lo status di minoranza e deportati.
Divenuta ufficialmente Russia dopo il referendum dell’11 marzo 2014, in cui la popolazione di Crimea fu chiamata alle urne per decidere se rimanere regione Ucraina o passare alla Federazione Russa, in questo 2022, purtroppo, la pandemia ha condizionato negativamente anche le annuali manifestazioni per questa ricorrenza così importante per la comunità italiana di Kerch.
Ogni anno, infatti, la comunità italiana della penisola tra il Mar Nero e il Mar d’Azov si riuniva al molo di Kerch per celebrare degnamente il ricordo di quanti non sono tornati dalle deportazioni staliniane e delle tante sofferenze che hanno patito i nostri avi in quelle terre così lontane dalla patria.
Lo scorso venerdì 28 gennaio si è svolto però a Kerch un importante evento online organizzato dall’associazione “il Cerkio”, con la sua presidente Giulia Giacchetti Boico, discendente da una famiglia di italiani deportati dal regime sovietico, in collaborazione con la Casa dell’Amicizia tra i popoli della Crimea. Alla conferenza online che ha ripercorso le tragiche tappe della deportazione italiana di Crimea hanno partecipato i rappresentanti della Casa dell’Amicizia, il professor Aldo Ferrari dell’Università di Ca’ Foscari di Venezia, i deportati e i discendenti delle famiglie italiane che oggi abitano a Kerch, Sinferopoli, Erevan, Saratov, San Pietroburgo e Karaganda.
Da anni in Crimea sono operative associazioni italiane che si occupano della solidarietà per la nostra comunità in Crimea. Dalle Onlus L’Uomo Libero e Sol.Id all’associazione Italiani nel mondo, da tempo esse sviluppano progetti solidali per il mantenimento dell’identità e della cultura italiana. Sostentamento economico per le famiglie meno abbienti, invio di prodotti alimentari italiani, computer, libri e audiolibri per lo studio della lingua di Dante, e, nel 2011, una statua raffigurante la Madonna dei Miracoli donata all’unica chiesa cattolica romana di Crimea e trecento bandiere tricolori – a tale numero ammontano oggi i sopravvissuti alle deportazioni – portate a Kerch dall’associazione L’uomo Libero Onlus.
Ad oggi le suddette associazioni sembra siano ancora le uniche ad occuparsi, culturalmente e fisicamente, dei nostri connazionali esiliati e della memoria delle atrocità subite. Troppo occupati a riempire i tg di fobie pandemiche e gossip politici, non un servizio televisivo ha anche solo accennato a questa triste pagina della storia d’Italia. Non un ricordo espresso alla Camera o al Senato. Non una parola da un presidente della Repubblica appena rieletto. Non un fiore su una targa, una stele o un monumento mai realizzato. Nel 2022 vi è purtroppo ancora una memoria divisa e divisiva, che evita di riscoprire migliaia di scheletri dall’armadio di una classe politica complice e colpevole. Ancora oggi. Sulla pelle e le ossa degli italiani.
Andrea Bonazza 
Foto: Andrea Bonazza, Kerch, gen 2012