25 Maggio 2022

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

A Manziana nel sacro bosco del dio Manth

Nel mio girovagare per l’Italia, tornando nel Lazio in un fine settimana immerso nei territori etruschi, mi inoltro con l’amico Guglielmo nella sua terra natìa ai confini tra la provincia romana e la Tuscia viterbese. Gullo mi porta nella sua Manziana, sulle sponde settentrionali del Lago di Bracciano, una piccola località abitata fin dall’epoca Villanoviana per passare poi a Etruschi e Romani. Qui, a sud di Canale Monterano, si trova Bosco Macchia Grande, un antico bosco sacro agli avi locali che in latino chiamavano Silva Mantiana. Consacrato dagli Etruschi al dio dell’Oltretomba Manth (per i Romani Mantus), è proprio da questa divinità che deriva il nome millenario di Manziana. L’arcaico paragone tra il dio degli inferi e il bosco proviene con ogni probabilità dalla particolare conformazione geologica della vasta area coperta da una foresta fittissima e tetra, tanto impenetrabile per i nemici quanto rifugio per banditi e genti del posto. Prima di compiere il nostro “passaggio al bosco” autunnale, il buon Gullo mi svela una sorpresa lungo la strada serrata che conduce a Silva Mantiana, ovvero una prima grande e lunga grotta, quasi certamente di epoca etrusca, semi-nascosta dalla vegetazione ai lati della strada.

LA GROTTA DEI PIPISTRELLI
Essendo proprietà privata di qualche contadino ci accingiamo a scavalcare una staccionata per compiere l’ingresso nell’antico antro. Il cambio di temperatura è riscontrabile fin dai primi passi così come il sordo silenzio che inghiottisce cinguettii e rumori esterni. Le pareti della caverna testimoniano ancora le inconfondibili tracce dei solchi di piccone con la quale venne scavata nella roccia e, intervallate lungo le stesse, una serie di nicchie ci offrono spunti fantasiosi sul loro utilizzo; forse sacro, nel custodire statuette votive, forse più semplicemente funzionale all’uomo, ospitando lampade ad olio o travi di impalcature. Da un primo ingresso ampio e alto col terreno ben batttuto, avanziamo curiosi in questa misteriosa galleria che nella sua seconda parte và a stringersi ad ogni metro, sia in larghezza che in altezza. Ad un tratto però, come in un vecchio film di Indiana Jones, dalle viscere del buio pesto occulti rumori mi strozzano il fiato; accendendo la luce dello smartphone ad illuminarne il volto, quel coglione di Gullo mi chiede ghignando se ho paura dei pipistrelli e, in tutta risposta, faccio notare che per due Skinhead obbligati a cui gli anni hanno ridotto la chioma il problema non si pone. Con una risata vinciamo la titubanza che ci divide dal fondo a imbuto della grotta e procediamo nella nostra esplorazione. A destra e a sinistra del dritto percorso troviamo una lunga serie di grandi nicchie che ricordano antiche celle, forse stallette di animali, forse piccoli dormitori umani o, forse, semplici magazzini adibiti alla conservazione di derrate alimentari. Fatto sta che nella mia mente rimandano alle nicchie dei sette gradi iniziatici degli adepti al culto mitraico, ma ovviamente non può essere così. Esplorando queste nicchie con la luce dei telefoni disturbiamo però il sonno dei roditori volanti a testa in giù che spiccano il volo sopra le nostre teste. Una marea nera di pipistrelli ondeggia ora in lungo e in largo nella caverna portandoci ad incurvarci per avanzare con la speranza di non essere bombardati dagli escrementi degli animali. Ancora pochi passi e, in un estremo restringersi della grotta, troviamo la fine del tunnel: senza luce ma con un triste cumulo di ultime macerie abbandonate al termine degli scavi. Trattenendo il respiro torniamo ad innoltrarci nella tempestosa nuvola di pipistrelli che di tanto in tanto ci sbattono addosso e facciamo ritorno all’uscita di questo oscuro luogo carico di misteri.
IL BOSCO DI MANZIANA
Usciti da questa immersione nelle oscurità cavernicole, mezzi accecati dal giorno varchiamo adesso la recinzione del bosco di Mantus. Si apre davanti a noi un vasto prato nel quale pascolano liberi cavalli e grosse vacche maremmane mentre tutt’intorno, mille occhi sembrano osservarci nascosti dagli alti alberi che ne delimitano il manto erboso. Sedendoci su un paio di pietre nel mezzo di questo rilassante panorama finalmente mangiamo gli insuperabili panini farciti con la porchetta locale presi dal macellaio del paese. Guglielmo mi racconta della sua infanzia spensierata in questi luoghi e dell’energia che ad oggi riescono ancora a trasmettergli. In pieno lockdown, quando il mondo intero si barricava nelle proprie paure ipocondriacanti o sbirresche, lui veniva qui con il suo cane, un bellissimo pastore del Caucaso, a compiere lunghe passeggiate o a celebrare antiche festività oggi perdute. Eh si, per la maggioranza di noi militanti cresciuti tra libri e tradizioni, una volta chiusi dal governo i pub, gli stadi e le osterie, il rifugio migliore dalla prigionia dei Dpcm è stato proprio la natura. Lontano da posti di blocco, obbligo di mascherine, telecamere, droni, spioni, e talvolta reti telefoniche, la libertà che cercavamo nel selvaggio ha riscoperto in noi valori fondamentali. Prìncipi fondativi e rifondativi che hanno rinforzato sia lo spirito individuale che quello comunitario messo come non mai a dura prova. Sprofondando nel bosco la sensazione di pace domina ogni altro senso. Ad andar per boschi sono abituato, certo, ma vi è grande differenza tra il mio contesto alpino e le aree boschive del centro Italia. Hanno per me un fascino tutto particolare e mi incanta di vecchi miti e leggende che slegano in me fantasie che si perdono tra il religioso e l’adolescenziale.
In questa cattedrale di altissimi alberi l’autunno ha dipinto i suoi migliori colori con sfumature che richiamano a un limbo tra la vita e la morte. Come se il padrone di questo luogo che porta il suo nome tenesse socchiusa la porta degli inferi, sprigionando qua e là alitate di morte tra i sentieri che si diramano in questo bosco fatato. Le piante rampicanti che avvolgono querce e cerri sembrano nutrirsi della loro linfa vitale fino al prosciugamento dell’ultima goccia. Seppur nella vivacità di colori schiariti dalla grigia giornata, ho la sensazione di essere nel mezzo di un quadro di Caravaggio, nascosto nel nero dell’ombra a spiare quell’interminabile istante in cui la morte giunge lentissima. Infinita. Decine o centinaia di alberi abbattuti dall’uomo o dalla stessa natura per mezzo di piante parassite o di agenti atmosferici. Alcuni tronchi folgorati dai fulmini offrono lunghe e strane ferite dalle quali a volte rispuntano germogli. Altri, completamente secchi e stanchi, non potendo raggiungere i caldi raggi di sole si abbandonano alla lenta caduta nel crepuscolo. Tronchi incredibilmente ricurvi creano arcate come ad invitarci ad attraversarli prendendo sentieri diversi da quello principale di questa navata centrale. Nel suo spettacolo di morte e resurrezione questo bosco possiede un ordine architettonico stupefacente, come raramente ne ho visti nella macchia mediterranea; gran parte gli alberi caduti sono tagliati e messi a disposizione dei focolari domestici, il sottobosco sembra curato dal meticoloso lavoro di una governante e, a tratti, segni di vernice sulle cortecce indicano lo stato di salute di alcune piante. La biodiversità che scopriamo ad ogni passo rapisce per profumi di resine e immagini proprie di tempi remoti e lontani dal cemento moderno. Aceri selvatici, cerri, castagni, betulle, carpini e nespole offrono una dimora lussuosa per le specie che ci osservavano dai nascondigli di animali. Forse proprio perché stretto alle braccia di Manth, il bosco è tutt’altro che spento. È vivo e carico di energia.
Le mucche pascolano libere tra questi alberi in cerca di erbe che possano saziarle nel corso dell’inverno. Nei pressi delle vacche gli abbeveratoi sono grandi fontane di pietra, dalla forma rettangolare, dalle quali sgorga un’acqua limpida e gelida. Funghi, ghiande, noci, bacche e lamponi fanno poi il resto per saziare la fauna della foresta, mentre il canto di una civetta che annuncia il tramonto ci richiama alla  tabella di marcia da rispettare. (Continua…)
Andrea Bonazza