6 Luglio 2022

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Tra i geyser vulcanici e l’altarone romano di Manziana

ALTARONE DI NUMERIO PULLIO 

Usciti dal bosco di Manziana, (https://www.andreabonazza.info/2022/02/15/a-manziana-nel-sacro-bosco-del-dio-manth/), dopo aver visitato millenarie grotte e ipogei tra alberi e animali, contento di farmi conoscere la sua piccola patria Guglielmo mi porta adesso a vedere un antico monumento che solo in pochi conoscono. Giungiamo alla fine di una salita collinare nella zona di Montevirginio, tra Manziana e Canale Monterano. Mentre sopra noi le nuvole si fanno sempre più scure e minacciose, dalle recinzioni vestite con cartelli di divieto, “vietato l’accesso” e gli elettrici “pericolo di morte”, capisco che siamo arrivati nel posto giusto. Varcato furtivamente il reticolato che delimita una zona “inaccessibile” e passato un groviglio di pungenti rovi ci inoltriamo in un fitto bosco tutt’altro che ordinato e pulito. Ad ogni passo calpestiamo rami secchi e immondizie abbandonate al suolo e, come in un film comico degli anni Settanta, puntualmente subisco frustate per mezzo dei rami scansati dal capo-cordata Gullo. Dopo pochi metri, come in un viaggio temporale, inizio finalmente ad intravvedere tra le piante questa grandiosa sorpresa tramandata dall’antichità. Un grosso monolite cubico si erge davanti a noi affacciato su di un mezzo precipizio sottostante. Perfettamente squadrato da abili scalpelli latini, ci troviamo dinnanzi al cosiddetto altarone di Monte Sassano. Questo poggio coglie infatti il suo nome dai tanti massi erratici presenti nella zona che duemila anni fa fu la cava mineraria destinata all’estrazione di pietre vulcaniche utili alle costruzioni urbane di Manziana. Questo altare di trachite, che misurerà circa due metri per lato, come in altri siti dell’Etruria ha la facciata principale orientata, nel pieno rispetto della tradizione etrusca, verso il fato e le divinità infere a nord-ovest. Sempre più incuriosito chiedo dunque a Guglielmo quale fosse il ruolo religioso di questo particolare altare. L’amico mi risponde spiegandomi le incertezze scientifiche legate alle ricerche archeologiche che, come troppo spesso avviene in Italia, sono ferme da anni per mancanza di fondi statali o regionali. Secondo Gullo la chiave religiosa per svelare l’arcano potrebbe essere connessa al culto della Bona Dea, divinità arcaica madre dei popoli del Lazio, qui venerata al fine di proteggere sul lavoro i minatori della cava. Poi però spostandosi mi fa notare una curiosa incisione nella pietra dalla quale si intravedono ancora le lettere: – N P U L L I U S – V. Traducendo dal latino in un più esplicativo “Numerio Pullio dedicò”, l’amico di Manziana mi spiega che, molto probabilmente, questo monunento venne eretto nel I°secolo a.C. da o per un’importante signore, Numerio Pullio, appartenente ad una ricca Gens della zona e dal quale una via di Manziana prende nome. Secondo gli studi di Guglielmo probabilmente la cava era proprietà di questa famiglia romana e, questa incisione unita forse ad una probabile statua bronzea che ne sovrastava il basamento che tocchiamo, era dedicata o allo stesso Numerio Pullio, oppure a qualche divinità che potesse esercitare la propria influenza positiva sul lavoro della cava. Forse proprio la Buona Dea. Infatti, per le sue fattezze e l’alchimia con cui venne posizionato, questo altarone potrebbe essere ben più antico dell’era cesariana, magari trovando il suo natale in una fiorente fase del periodo etrusco.

BOSCO DI BETULLA 
Colti dalle prime isolate gocce piante da un cielo sempre più scuro, torniamo adesso a dirigerci in fretta verso la prossima e ultima meta della quale l’amico manzianese mi parlò abbondantemente durante il nostro viaggio in Armenia. Incuriosito da allora e preoccupato per il meteo e l’avvicinarsi del tramonto, accelero il passo lungo il sentiero che attraversa un’area paludosa tra faggeti e, incredibilmente, betulle. Si, proprio così; questa è una delle rarissime zone al mondo in cui crescono betulle ad altitudini estremamente modeste. Praticamente in pianura, in un contesto paludoso e vulcanico, qui da migliaia di anni vi è un bosco di betulla chiamato dai paesani “albanella” e del quale non si è ancora certificata l’origine. Guglielmo mi spiega che alcune versioni attribuiscono ai romani l’importazione dell’albero sacro in un tributo alla spiritualità del luogo, mentre altre fanno risalire i loro germogli qui dall’alba dei tempi, quando fuoco e caos modellarono divinità ctonie originando la vita dalla terra. Il forte odore di zolfo che impregna l’intera vasta area richiama alle radici vulcaniche di questo luogo che da migliaia di anni galleggia tra la vita e la morte, facendo fiorire dagli inferi le striature bianche e nere di queste piante magiche venerate da Druidi e Lucumoni. Esattamente come l’energico ambiente intorno a Manziana, la betulla è l’albero nordico che meglio di altri incarna la metamorfosi tra la vita e la morte, passato e futuro, bene e male in uno yin yang naturale. Nell’opera enciclopedica, Naturalis Historia, lo storico romano Plinio il Vecchio narra che La betulla fosse una pianta tutelare originaria della Gallia, alla quale apparteneva anche l’odierno nord Italia, e che “forniva ai magistrati i fasci che tutti temono e ai panierai i cerchi e le coste necessarie per la fabbricazione di cerchi e cestini”. Se non è strano comprendere quanto quest’albero venerato dai Celti godè anche della devozione di Etruschi e Romani, molto più complicato è invece scoprire la sua reale derivazione in questa zona che si dice risalga a 11.700 anni fa.
LA CALDARA SOLFATARA
Uscendo dalla vegetazione di piante ad alto fusto, l’intera area che attraversiamo è una grande depressione circolare costeggiata a corona da boschi e poggi che ricordano il cratere di un vulcano, caldara, appunto. Fino a Seicentomila anni fa infatti – così pare, io non ero ancora nato – il Vulcano Sabatino era in piena attività qui sulla fossa tettonica compresa tra i Monti della Tolfa e il Monte Soratte e, ad oggi, riusciamo in questo sito ancora a godere delle energie sprigionate dai suoi elementi nel sottosuolo. Questo vero e proprio monumento naturale in cui ci troviamo, la Caldara di Manziana, è ad oggi uno dei più affascinanti e misteriosi biotopi d’Italia dal punto di vista geologico e vegetativo. Se poc’anzi vi scrivevo del bosco di betulle, ora usciamo invece dall’ombra degli alti cerri per entrare in una maleodorante palude che ricorda un paesaggio lunare. Complice probabilmente anche il cielo plumbeo e il suo lento piovigginare, il panorama nel quale ci addentriamo sembra un misto tra un film apocalittico e Jurassic Park. Il perché è subito svelato guardando qua e là nella palude dove alcuni geyser emettono un borbottio incessante stile moca da caffè. Qui il sottosuolo sprigiona un ribollire infinito di acqua sulfurea che raggiunge i 27°C, oltre che un nauseabondo odore di zolfo e uova marce al quale, avvicinandosi, è difficile abituarsi anche dopo alcuni minuti. Guglielmo mi avverte di stare molto attento a dove cammino perché alcuni tratti del terreno fangoso potrebbero inghiottirci come sabbie mobili. Anziché solido o roccioso come nel resto della macchia manzianese, il suolo sul quale camminiamo è molle a causa degli strati di bolle d’aria, acqua e vegetazione imprigionata nella fanghiglia che lo riveste, provocando a sprazzi l’effetto di un materasso ad acqua chiamato torbiera. In diversi punti poi, l’acqua sulfurea potrebbe sbiancare o peggio corrodere le nostre scarpe, mi fa notare la mia guida indicandomi alcuni tronchetti di legno interamente sbiancati, come risucchiati della propria linfa vitale. Lo stesso vale anche per alcune bestie le cui carcasse giacciono prive di vita a causa della loro bassa statura. Oltre che per gli animali, anche per i bambini questo luogo può rivelarsi estremamente pericoloso per i gas inalati che, a lungo, possono portare alla morte. Un altro limbo insomma; un confine gassoso e naturale che separa i vivi e i morti nei suoi pochi centimetri. Lungo il cammino nel mezzo della strana palude vediamo sempre da più vicino questi geyser con le bianche acque ribollenti che ne fuoriescono in un forte rumore costante. Guglielmo mi racconta che qui, però, i legionari romani di ritorno dalle campagne militari venivano a farsi fanghi o bagni sicuri della forza purificatrice e rigenerante di tale fenomeno. Guardandoci con una rapida occhiata, a nessuno dei due sembra il caso di provare. Come dicevo, il paesaggio appare spoglio e lunare ma ad eccezione di alcune graminacee che resistono comunque al clima ostile di questa palude di gas. Questi “cappellini delle torbiere” dal nome agrostis canina sono una rarissima specie erbacea italiana in grado di sopravvivere anche ai contesti più acidi colmi di anidride carbonica e anidride solforosa.
Con l’aumentare della pioggia e l’ultimo bagliore di questa intensa giornata autunnale, come Pollicino a lunghi passi riprendiamo la via del ritorno facendo attenzione a ripasare sicuri sulle nostre stesse orme finché la puzza di zolfo non và pian piano a diminuire con la distanza. La Caldara di Manziana è indubbiamente uno dei luoghi più eccezionali che abbia mai visto e scopro, parlando con Guglielmo, che in realtà ve ne sono pochi altri in Italia, specie in Campania. Dopo queste ore trascorse tra boschi sacri e ipogei, grotte e betulle, antichi altari e paludi vulcaniche, mi sento investito da un’energia adrenalinica ma pacifica. Una nuova forza tranquilla sento scorrere nel mio corpo così come nell’animo. Con la testa piena di quesiti e voglia di sapere ancora, come un bambino sorrido grato alle spalle del mio compagno di avventure che mi ha ospitato in questa sua mistica piccola patria.
Andrea Bonazza