1 Luglio 2022

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Scoprendo Gerone II all’Ara di Zeus Eleutherios nella Neapolis di Siracusa

Siracusa, fine agosto 2021

In questa vacanza militante siciliana che segue la manifestazione contro gli sbarchi a Pozzallo, ospitati dal buon Fabio a Siracusa, con gli amici romani Gabro e Vanessa decidiamo di far visita al parco archeologico Neapolis. Da grandi strateghi quali siamo, ovviamente lo facciamo mentre il sole sta raggiungendo lo zenith in una Siracusa semi-deserta a causa dell’estate più calda che gli esseri umani ricordano. Temperature infernali che in questi giorni hanno raggiunto i 48,8°, unite alla detenzione di Greenpass per accedere alle aree museali, non ci spaventano e, anzi, ancora una volta potrebbero rendere questa nuova giornata ancora più avventurosa, aggiungendo quel sapore di ribellione che in questa discutibile emergenza pandemica sta diventando per me una droga adrenalinica. Dopo una colazione veloce al Ninas Caffè con Fabio andiamo a trovare il caro Franco che, ancora una volta, ci munisce generosamente di tre biciclette elettriche per pedalare sotto il sole cocente. Salutato l’amico Franco dopo aver ricevuto le dovute raccomandazioni sul corretto utilizzo dei cicli moderni, dalla zona portuale iniziamo la nostra pedalata assistita verso la salita che ci divide dalle rovine dell’antica Siracusa. Dopo poche decine di metri, nel bel mezzo di una rotonda, la piccola Vanessa cade goffamente sull’asfalto con conseguente strombazzare di clacson e risate meridionali. Io e Gabro ci guardiamo divertiti e concordi sul non aiutarla per evitarle cavallerescamente una squalifica dalla competizione. Ma per Vanessa questo, oggi, non sarà l’unico scontro con il ciclismo assistito. Lungo la strada nella quale in un attacco di orgoglio ci sorpassa in maglia rosa, accecata dal sole e, probabilmente, ancora intontita dalle birre scolate la sera precedente, ad un tratto anziché svoltare a destra Vanessa prosegue diritto verso l’ignoto dell’entroterra siciliano. Avvertita dalle nostre urla di sfottò si ferma incurvandosi sconsolata sul manubrio e meditando sul senso della vita e la sfiga che la perseguita. Dopo averla recuperata manomettendole le marce del trabbiccolo a due ruote, iniziamo a pedalare per la irta salita che porta al parco archeologico. Si ferma, di nuovo. Bestemmia. Squadrandoci con estremo odio ci rende partecipi della sua maledizione sportiva. Torniamo da lei e, riposizionandole le marce nel modo corretto, ripartiamo in un misto di imprecazioni e risate. Giunti dinnanzi all’entrata del parco abbiamo la conferma che per accedere serve la tanto detestata carta verde. Decidiamo allora di aggirare l’ostacolo provando a scavalcare lungo il perimetro dell’area archeologica ma cogliamo unicamente zone dove i nostri mezzi sarebbero inevitabilmente esposti al furto. Varcando un cancello fortunatamente aperto per lavori in corso imbocchiamo allora una stradina secondaria e giungiamo all’entrata del primo sito.

ARA DI IERONE
Se i tornelli d’ingresso non sembrano presentare troppe difficoltà per una scavalcata, il problema rappresentato invece dall’usciere, in un primo momento ci fa desistere dall’entrare. Ragioniamo sul come procedere e allo stesso tempo monitorare le biciclette. Al termine di un lungo lavoro di mente scegliamo un ardito piano d’azione dividendoci in due squadre: la prima, formata da Gabro e dal sottoscritto, avanzerà in avanscoperta neutralizzando le sentinelle e compiendo un veloce sopralluogo della zona; la seconda invece, formata da Vanessa, riposerà all’ombra di un ulivo custodendo i mezzi e attendendo sicura il proprio turno per visitare le bellezze della Neapolis. Accordato il piano di battaglia con larga adesione, io e Gabro ci appostiamo nei pressi dei tornelli aspettando il momento propizio che non tarda ad arrivare. Mentre una comitiva composta da una mezza dozzina di turisti anglofoni circonda la guardia preposta con una raffica di domande legate ai bisogni fisiologici e la stessa risponde gesticolando con ampi movimenti delle braccia per farsi comprendere, in un rapido balzo furtivo io e il mio campagno di squadra finalmente entriamo frettolosamente nel sito archeologico.
Dopo pochi passi davanti a noi si presentano le rovine di un lunghissimo basamento di quello che doveva essere un grande tempio. È l’ara di Ierone II, il più grande altare greco mai costruito sul quale gli antichi sacrificavano buoi nel rito pagano dell’ecatombe. Costruito con buone probabilità in onore di Zeus Eleutherios nel III secolo a.C., con le cerimonie che vi avvenivano Ierone ringraziava il padre degli dèi per il suo aiuto nel vincere l’ultimo dei Dinomenidi sicelioti, Trasibulo, nel 466a.C.. Lo storico siculo Diodoro ci riporta che nelle celebrazioni delle Eleutheria, le festività dedicate a Zeus liberatore, qui sul più grande altare di Grecia venivano sacrificati ben 450 tori, il che spiega le grandi dimensioni di questa ara.
Demolita dagli Spagnoli nel XVI secolo per re-impiegarne i materiali, l’unica parte visibile oggi dell’ara sacra è il basamento ricavato dalla roccia, lungo ben duecento metri e largo 22. Alle estremità della struttura all’epoca si trovavano due ingressi monumentali; uno a sud e uno opposto a nord che esponeva due talamoni dei quali, oggi, ne rimangono unicamente parte dei piedi su una breve scalinata. A ovest dell’altare ci sono alcuni scavi ancora in corso in un vasto e arido campo; leggiamo essere stato l’ampia piazza racchiusa su tre lati dalle colonne del portico allungato di cui oggi restano pochissime tracce. Al centro della piazza, proprio dove appare un campo deserto, vi era una grande vasca che rinfrescava piante e abitanti da questo torrido caldo siciliano che patiamo anche adesso. Alcune fonti attribuiscono all’età augustea quest’opera probabilmente edificata su un più antico sito ellenistico.
GERONE II
Ma chi era Ierone II? Avendo trovato un suo accenno nel corso di una ricerca parallela al libro che sto leggendo in questi giorni: Il Tiranno, di Valerio Massimo Manfredi, ho scoperto un personaggio affascinante che più di altri legò Greci e Romani in questa straordinaria Sicilia. Nato nella greca Syrakousai (Siracusa) intorno al 308 a.C. da nobile famiglia siciliana, dopo essersi distinto fin da ragazzino in combattimento al servizio di re Pirro e per le sue indubbie doti intellettuali, Gerone diventò, insieme ad Artemidoro, un abile stratego della città affacciata sull’Ortigia che lo elesse a proprio capo. Legato al famoso amico e consigliere, nonché parente, Archimede, difese la città dagli attacchi nemici e, dalla moglie Filistine, figlia di Leptine, ebbe tre figli dei quali uno chiamò Gelone, in onore al grande tiranno siracusano, e governò per 54 lunghi anni ampliando la fortificazione di Siracusa e rendendola ancor più bella e prospera.
Assediato nelle guerre puniche dai “figli di Mamerte” (Marte), i mamertini, mercenari di origine campana stanziati a Messina, escogitò un abile mossa per sbarazzarsi dei propri infidi mercenari dei quali non si fidava, mettendoli nelle mani dell’avversario e ricostituendo così un esercito di soli patrioti siracusani. Respinse quindi i mamertini Conquistando varie città e catturando il loro capo Cio. Divenuto sempre più forte militarmente, dovette desistere dal schiacciare definitivamente i mamertini solo a causa dell’intercessione di Cartagine che impose la tregua. All’incirca nello stesso periodo, nel 272 a.C., Gerone aiutò i Romani con l’invio di truppe a Reghium (Reggio Calabria).
Rientrato a Siracusa da eroe, dal 270 a.C. Gerone fu eletto sovrano e mantenne la prestigiosa carica fino alla sua morte. La sua fu una tirannia dagli ottimi rapporti diplomatici anche se, quando i mamertini si unirono a Roma contro Cartagine, Gerone si alleò a quest’ultima incassando una pesante sconfitta dai legionari del console Appio Claudio Caudice che iniziò un lungo assedio a Siracusa. Sostituito Appio Claudio Caudex, ormai giunto a fine mandato, al suo posto Roma inviò in Sicilia Manio Ottaculio Crasso e Manio Valerio Massimo Messalia, accompagnati da quattro legioni ben armate. Inutile dire la vista di un tale esercito bastò per cambiare l’asse delle alleanze siciliane. Gerone stesso provò con fortuna a cambiare schieramento passando con l’Urbe. In cambio di ricchi tributi Gerone consolidò, grazie ai Romani, il suo controllo sull’intera Sicilia sudorientale e, in più occasioni, accorse in loro aiuto con macchine belliche e navi durante le campagne per la conquista di Agrigento e Camarina. In virtù di tali servigi il Senato romano liberò gradualmente Siracusa da tributi e imposizioni nominandola sua alleata.
Pur fedele ai Romani, Gerone, mantenne sempre però anche l’amicizia con i Greci esaltandone la religiosità o correndo in loro aiuto in più occasioni come in seguito al terremoto che colpì Rodi. Rimase in uno strano “buon rapporto di vicinato” anche con gli antichi rivali Cartaginesi i quali, subita in casa la rivolta dei mercenari, goderono degli aiuti inviati da Siracusa e, spostandosi in Medioriente, donò a re Tolomeo III d’Egitto la Siracusia, ovvero la più grande nave dell’epoca ideata dall’amico Archimede.
Non visse mai al di sopra de i ranghi di cittadino regnante e la sua modestia, unita ad un grande senso di responsabilità politica e democratica, ne confermarono il crescente consenso tra la popolazione. Nella sua duratura carriera Gerone promulgò la cosiddetta Lex Ieronica, legge che venne poi adottata anche da Roma, che consisteva nel sostituire il contributo fiscale fisso con una decima grazie alla quale le imposte sarebbero state commisurate al reddito e alla produzione agricola. La sua meticolosa attenzione per l’urbanistica, l’architettura e la filosofia, lo fecero diventare uno dei più grandi governanti della sua epoca; erigendo templi, altari e ginnasi, compiendo eccezionali opere pubbliche e proteggendo le arti poetiche e la propria città con un ricco arsenale militare. Gerone II si conquistò di diritto un prestigioso posto nella storia tanto da farsi rimpiangere in un Italia come quella attuale, governata da insignificanti mercenari al soldo del più ricco e infame offerente che nulla hanno a che spartire con una visione più grande e pura della nazione.
Andrea Bonazza