25 Maggio 2022

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Con La Disperata nel Diario di uno squadrista toscano

Entriamo in questo 2022 con qualche lettura storica che, a distanza di un secolo, possa aiutarci a comprendere meglio quali siano stati gli avvenimenti che portarono alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Per l’occasione ho rispolverato “Diario di uno squadrista toscano”, una pietra miliare che per quasi cent’anni ha accompagnato la lunga marcia dei fascisti italiani. Riedito da una collaborazione tra S.E.B. e La Testa di Ferro, questo testo divenne fondamentale nella nascita di CasaPound e di Blocco Studentesco, ispirando nuovamente migliaia di giovani in tutta Italia ad un approccio più irriverente e intransigente della politica. Mentre i coetanei iniziavano a sconnettere la propria giovinezza nel marasma dei social e i kompagni si scolorivano pian piano nel mondialismo, tra le pagine di questo diario squadrista i giovani nelle sezioni di CasaPound organizzavano invece sempre nuove lotte e iniziative con la sana presunzione di “riprendersi tutto”. Un nuovo stile di vita stava ri-nascendo sotto i drappi con la tartaruga frecciata e quelli neri dal fulmine cerchiato. Nuovi inni divamparono nelle strade imbrattate di colla e vernice anche grazie a quel semplice e, forse, inconsapevole libro nero che esaltava brindisi e cazzotti. Ma veniamo adesso, appunto, al libro.

“I vecchi indossano camicie nere di povero satin stinto, ed hanno facce che sembrano tagliate nel legno, facce di contadini, di braccianti, fi operai, dure, solcate di rughe: le facce dei fanti del Carso, del Grappa. E con questi, che guidano le squadre, i ragazzi, le nuove generazioni. 
Altro che borghesi, questo è popolo.”
Diario di uno squadrista toscano risulta essenziale per capire come si sviluppò il Fascismo tra gli anni 1919 e 1922, in quel semi-taciuto Biennio Rosso che vide nascere le camicie nere mentre la nazione fu preda e ostaggio delle sempre più forti orde comuniste. L’Italia aveva appena vinto la Grande Guerra distruggendo l’impero austroungarico sul Piave e riconquistando le zone iredente di Trento e Trieste. Migliaia di combattenti tornarono finalmente alle famiglie riprendendo i propri mestieri in un Italia che mutava il proprio volto tra l’industrializzazione e le lotte sindacali agitate dalla sinistra. Nonostante l’enorme tributo italiano nel vincere il conflitto mondiale, la nazione venne oltraggiata di una “Vittoria mutilata” decisa a tavolino dalle potenze straniere, privandosi dell’Istria e della Dalmazia senza che monarchia e governo muovessero un dito. Mutilati, insultati e picchiati furono anche moltissimi reduci che, dopo aver dato la vita per i propri connazionali, ricevevano dagli stessi le peggiori angherie in nome del vecchio neutralismo socialista ora divenuto bolscevismo. Ci furono i primi morti. Le prime vittime di un’ideologia importata dalla Russia e che nella nostra penisola stava trovando terreno sempre più fertile. Scioperi quotidiani bloccavano la nazione dalle produzioni ai trasporti e gli espropri proletari svuotavano i magazzini delle aziende per ingrassare i capi rossi. Contadini bastonati laddove avevano osato lavorare perdendo il timbro del Partito Comunista impresso sul palmo della mano. Guardie regie e carabinieri disarmati nelle manifestazioni in uno Stato impotente e in balia di inconcludenti proclami politici strillati dai banchi di Montecitorio. Il capo del governo, Francesco Saverio Nitti, era un radicale dell’estrema sinistra al quale stava bene la situazione.
“E il canto fa sopportare il dolore, non fa dolere le ferite, come diceva quello di Bologna che sulle bende che gli avvolgevano la testa aveva scritto: “me ne frego”, ed a braccetto con gli altri, cantava: ‘Chi se ne frega della galera, camicia nera trionferà’. Ma che può ormai fare l’Italia anchilosata dei parrucconi contro questa marea di giovinezza?”
In questo contesto di assedio allo Stato, a Firenze, il giovanissimo Mario Piazzesi racconta nelle pagine del suo diario una lunga cronistoria di eventi e pensieri. I ragionamenti polemici a tavola dell’amato padre reduce di guerra, le bischerate con gli amici in cui saltan sempre fuori i discorsi politici, le citazioni dei maggiori quotidiani dell’epoca, come oggi intrisi di rosso, porteranno Mario e i suoi amici a incontrare un gruppo di cittadini ed ex-soldati stufi della situazione. Tra reduci degli Arditi, operai e borghesi, come in altre città i ragazzi fiorentini si organizzeranno presto in squadre per contrastare la minaccia comunista. L’adesione ai Fasci di Combattimento strutturerà ancor meglio le gerarchie, le idee e le azioni dei ragazzi in nero. Botte da orbi alle manifestazioni, legnate agli scioperi, revolverate e bombe a mano negli scontri oltre che incendi alle sedi, in un crescendo di tensione che vide la fu rossa Firenze mutare anche alle elezioni, tingendosi poco a poco di quel tricolore rimasto nascosto troppo a lungo. Dall’esempio legionario di Fiume arrivò il nome, La Disperata, e lo stemma, il teschio bianco dalle ossa incrociate, da amici e sostenitori arrivarono armi e mezzi per affrontare una guerra civile che infiammava la Toscana come gran parte d’Italia. Continuavano i lutti. Studenti e reduci falciati dai moschetti bolscevichi, giovani fascisti massacrati e buttati dai ponti come Giovanni Berta. Un clima di ostilità continue che, una volta riconquistata la capitale dell’Arno, scaraventava sulle camionette gli squadristi forentini in ogni città, borgo o villaggio nel quale vi si innalzava la bandiera rossa sul municipio. Durissime battaglie all’arma bianca o con i 91 nelle piazze di Siena, Prato, Grosseto, Perugia, Arezzo, etc, così come in Emilia e giù nel Lazio, in quella Roma “in pantofole” addormentata sulle rovine di sé stessa. Ci vollero centinaia di morti in tutta Italia da ambo le parti per riequilibrare le opposte fazioni, prima, e sbilanciare finalmente le forze verso il Fascismo, poi. Gradualmente la vita della nazione tornò alla normalità tra una manganellata e un brindisi all’olio di ricino, mentre nuove lotte erano in atto tra giornalisti e politici per sopraffare uno Stato debole e inutile, ma che presto si sarebbe trasformato in una volontà di potenza che il popolo italiano forse non credeva di avere.
“Da tempo si sta formando una nuova Italia, una Italia nata nel crogiuolo della guerra, una Italia di professionisti, di artigiani piccoli borghesi, contadini, popolani, di quella gente che ha fatta la guerra e la ha sopportata pazientemente e dopo un periodo di incertezza si sta rendendo conto di quello che ha realizzato ed avverte un confuso sentimento di orgoglio per aver distrutto un poderoso impero, per aver vinto il secolare e reverenziale timore dello straniero che da secoli poteva scorazzare per il paese, per essersi scossa di dosso un certo sentimento di inferiorità nei riguardi degli altri Europei e sente che lo spirito della Vittoria è una idea che può anche nutrire spiriti semplici.”
Lunedì 28 febbraio dalle ore 10.00 parleremo di Diario di uno squadrista toscano su RadioBandieraNera, per la mia rubrica “Libri Belli e Ribelli” in cui ospiterò l’amico fiorentino di Cpi Saverio Di Giulio. Affronteremo insieme la Firenze dei primi anni Venti armati dei ricordi di Piazzesi e dell’audacia squadrista de La Disperata. Successivamente, come sempre, la trasmissione sarà poi disponibile in podcast su www.radiobandieranera.org e sul canale RBN di Spotify. Non perdetevela e, se non volete trangugiare litrate di olio di ricino, correte subito ad acquistare il libro alle librerie: il Bargello, in via delle Belle Donne in pieno centro a Firenze, o alla centralissima La Testa di Ferro, in via San Martino ai Monti, a Roma, oppure comodamente da casa sul sito internet www.latestadiferro.org 
Andrea Bonazza