25 Maggio 2022

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Nella Foggia razionalista di piazza Italia tra arte e architettura

Per questa nuova trasferta che mi porta fino in Puglia a tenere l’ennesima conferenza di Solid Onlus in solidarietà al popolo armeno, a causa dell’impossibilità di prendere treni in quanto privo di Greenpass, mi iscrivo al sito internet di Blablacar. Fin da subito, nei pochi passaggi con partenza Bolzano e destinazione Foggia, trovo autisti che per salire in macchina chiedono rigorosamente il vaccino o il lasciapassare verde. Una volta trovata finalmente la quadra con persone gentilissime che non si sono poste alcun tipo di problema nel caricare a bordo un reietto come il sottoscritto, parto per le tappe di Verona, Roma e, infine, Foggia.

Dopo tre giorni di viaggi con Blablacar, cambiando auto e destinazioni in stile autostoppista adolescente, arrivo finalmente a Foggia accompagnato dal buon Marzio e da Michele, due amici del Circolo Futurista Casalbertone recentemente sgomberato in malo-modo dalla celere capitolina. Per approdare nella città pugliese abbiamo attraversato una tormenta di neve in Molise che ci ha colti a dir poco impreparati. Partito praticamente in maniche corte da Bolzano, infatti, mai avrei immaginato di trovarmi nevicate e temperature prossime ai zero gradi proprio qui, in Meridione. Trascorsa una bella serata imparando parole impronunciabili tipo: “scagghjuzz”, “fugg da Foggj” e “trcinil” a il Carapace, la sezione foggiana di CasaPound che proprio in questi giorni compie 10 anni, in questa piovosa domenica di fine febbraio, il caro vecchio Rocco mi porta a visitare la sua città perennemente al centro delle cronache per efferati episodi di criminalità. Ma Foggia non è solo pizzo e mafia, anzi…

PIAZZA ITALIA 
Arrivati in prossimità del centro del capoluogo daunio rimango da subito colpito per l’inconfondibile architettura razionalista in contrasto con i grigi edifici modello anni Settanta sovietici. Siamo in piazza Italia e la simmetria urbanistica richiama a un ordine imperiale che, come non mai, oggi dovrebbe portarci a riflettere sul caos sociale e architettonico in cui viviamo. Nel 1928 il re Vittorio Emanuele III inaugurò in questo due targhe dedicate al sacrificio italiano nella prima guerra mondiale; una con il proclama dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, e l’altra con il bollettino della Vittoria del 1918, a firma del generale Armando Diaz. Davanti alle due lapidi poste sulla facciata dell’allora caserma, il Savoia inaugurò anche il Parco della Rimembranza, ormai perduto, in cui vennero piantati quattrocento alberi di pino alpino. A ridosso di ogni albero vi era una targhetta in ferro smaltato che riportava le generalità di un eroe caduto nella Grande Guerra. Storia, devozione e amore per la natura che oggi dovremmo rimpiangere.
Un tempo soprannominata piazza Miale da Troia, dal nome della caserma che ne delimita il circuito, il Fascismo la ribattezzò in piazza XXVIII Ottobre per celebrare la Marcia su Roma che, da qui, il 22 ottobre 1922 vide la partenza dei rivoluzionari foggiani capitanati da Giuseppe Caradonna e che si congiunsero agli squadristi concentrati negli accampamenti fascisti di Santa Marinella, Tivoli e Monterotondo. Il 4 novembre del 1931 vennero piantati due alti pennoni, denominati “antenne della Vittoria”, per issare la bandiera tricolore e quella con i colori cittadini. I due pali vennero successivamente sostituiti da due strane strutture che ricordano lontanamente dei fari marittimi. L’intera area, così come il resto della città, venne duramente bombardata dalle incursioni aeree dei “liberatori” angloamericani, modificandone in parte la fisionomia.
MONUMENTO AI CADUTI 
Anche se qui posto successivamente, oggi il maggiore segno distintivo della piazza è la bellissima fontana monumentale dedicata ai caduti della prima guerra mondiale. Tre statue bronzee raffiguranti un operaio, un soldato e una madre, tra i ricurvi getti d’acqua sorreggono il cuore della patria sul quale aleggia la Vittoria alata. Il gruppo scultoreo poggia su un basamento ad altare circondato dalla vasca quadrangolare e, quest’ultima, è delimitata a sua volta da una balconata sulla quale siedono quattro putti assorti in una perenne devozione. Opera dello scultore Amleto Cataldi, anche questo monumento fu inaugurato nel 1929 da Vittorio Emanuele, sostituito ad una precedente scultura dell’Ottocento dedicata al medico liberale foggiano Vincenzo Lanza.
PALAZZO DEGLI STUDI 
«Foggia, tanto ingiustamente giudicata nel passato, è tutta un cantiere di opere e di vita, non solo opere rispondenti ai bisogni elementari del vivere civile, o che recheranno un notevole apporto alla ricchezza nazionale, come la Bonifica del Tavoliere, ma anche opere di cultura, di decoro, di bellezza. Una di queste è senz’altro il Palazzo degli Studi, che S.E. il capo del Governo volle non fastoso, ma bello. Esso va sorgendo su una vasta zona di terreno prospiciente alla Piazza XXVIII Ottobre, dove si svilupperà la facciata principale dell’edificio».
Da questa epica fontana monumentale, compiendo una giravolta di 360 gradi si ha la più ampia visuale della maestosità architettonica che delimita la piazza. Oltre alla già citata caserma, il Palazzo degli Studi ricorda nella sua forma il Teatro Impero di Asmara o il suo omonimo cinema a Bolzano, purtroppo abbattuto dalla cieca avidità palazzinara negli anni Settanta. Il Palazzo degli Studi è un colosso di marmo bianco intervallato schematicamente da alte vetrate, concepito per un ampio respiro architettonico e sociale. Ovviamente la firma del suo progetto è inconfondibilmente quella del più grande architetto razionalista, Marcello Piacentini, colui che, come Ottaviano Augusto, nel corso del Ventennio ha edificato mezza Italia nel marmo. Il palazzo sorge su un’area di oltre 10mila metri quadrati dei quali 5.800 edificio, e i rimanenti adibiti a cortili ed aree di ricreazione. Costato all’epoca quasi 6.705.000 lire, il Palazzo degli Studi ebbe però da subito diversi problemi di umidità ed infiltrazione di acqua piovana e si dovette ricorrere ad un’immediata ristrutturazione, oltre che ad un contenzioso con la ditta appaltatrice che per la sua costruzione impiegò materiali non contrattuali e malta sporca.
PALAZZO ONC

“Sorta [l’O.N.C.], quando ancora nella guerra [15/18] era impegnato il fiore migliore di nostra gente, quando il nemico calpestava il sacro suolo della Patria, essa, apparsa dapprima come la espressione della riconoscenza del Paese per i suoi figli che lo difendevano al fronte, ha subito portato il suo contributo di danaro, di organizzazione e di opere, per facilitare ai ritornanti le vie della vita e dell’avvenire, per costituire della giovinezza, uscita con una nuova maturità dalla guerra vittoriosa, l’Esercito possente e preparato ad attuare la rinascita economica della nostra Patria.”

(Dalla prefazione di “L’Opera Nazionale per i Combattenti” – Roma 1926)

Su un lato della piazza collegato con via Roma, sorge alto, ad angolo marcato, l’imponente Palazzo dell’O.N.C. Come in moltissime zone d’Italia, fin dal primo dopoguerra ma soprattutto con l’avvento del Fascismo, l’Opera Nazionale Combattenti costruì moltissimi edifici e bonificò ettari ed ettari di territori paludosi in tutta la provincia. Il palazzo monumentale che meglio di tutti incorona questi sforzi è senza dubbio il Palazzo O.N.C., struttura a cinque piani in perfetto stile razionalista che contrasta armoniosamente il rosso del mattone al bianco travertino. Proprio il marmo bianco è l’elemento che maggiormente risalta soprattutto dalla facciata dell’edificio. Essa infatti presenta una balconata affiancata da due grandi fasci littori e la scritta “C.G.B.”, Consorzio Generale Bonifica. In alto è sormontata da una maestosa aquila imperiale romana e, a livello stradale, un bassorilievo raffigura il reduce ardito che rientra a casa dalla prima guerra mondiale e trova ad attenderlo la propria moglie con i figli. Nella parte sottostante del bassorilievo sono invece rappresentati i lavori rurali difesi da un soldato armato custode del suolo patrio rappresentato nelle terre bonificate. Sulla destra del bassorilievo, così come sui muri di altri edifici nelle vicinanze, il buon Rocco mi fa notare alcuni metri di marmo scalfito. Mi spiega essere raffiche di mitragliatrici e schegge di granate esplose durante gli scontri con le truppe “alleate” nella seconda guerra mondiale. Un passato che, come in moltissime città italiane, dai ricordi degli anziani rischia oggi di perdersi nella nuova cultura del nulla cosmico nella quale sono imprigionate le nuove generazioni.

PALAZZO DELLE STATUE

Spostandoci di una decina di metri, il vecchio amico foggiano mi fa poi vedere un edificio dalla facciata meravigliosa, anche se nascosto dai folti rami degli alberi piantati davanti ad esso. È il denominato Palazzo delle Statue, un opera architettonica di indubbia raffinatezza che mescola lo stile liberty a quello razionalista, dando alla struttura un nostalgico richiamo alle opere della Roma antica. Iniziata la sua costruzione nel 1932, inizialmente l’edificio doveva essere destinato all’Istituto Autonomo Case Popolari per dare abitazioni più dignitose ai cittadini meno abbienti che vivevano in veri e propri tuguri e, addirittura, grotte dell’igiene malsano. A causa della grande vena artistica del suo progettista, l’architetto Arnaldo Foschini, la struttura ospitò invece le più alte cariche cittadine in una piazza che, dal nulla, andava via via trasformandosi in un vero gioiello urbanistico del Novecento. Rivestito principalmente in pietra locale all’esterno, addentrandosi nrl suo cortile interno il palazzo rimane fedele ai richiami alla romanità con un portico di sette arcate. Dislocato su quattro piani, al primo di questi la facciata e percorsa da una lunga terrazza adornata da sei statue simbolo della mitologia classica. Non trovando purtroppo nulla in rete sull’origine mitologica delle sculture, da veterano di millemila musei provo con Rocco e Tiziana a decifrarne la simbologia nemmeno così complessa… Vestita con mantello di leone e impugnante il grosso bastone, una raffigura sicuramente l’eroe semi-dio Ercole. Un’altra invece, armoniosa nella sua posa, è tale e quale alla magnifica statua di Afrodite Cnidia custodita ai musei capitolini. Poco distante posa altresì fiera quella che dovrebbe essere la statua di Venere di Capua, immortalata mentre impugnando la lancia di Minerva, qui assente, allontana da sé col piede l’elmo di Marte. Vi è poi una statua che, se non ricordo male, raffigura Satiro intento a fare non so ben cosa, vista diversi anni fa forse al romano Palazzo Altemps. Vi scovo poi la scultura di un atleta olimpionico dell’antica Grecia, anch’essa già vista al Museo Romano. Infine, spero di non sbagliarmi, ci pare di riconoscere la raffigurazione di Antinoo ma, da qua sotto e con così pochi elementi, è assai difficile esserne certi. Rocco però promette di procurarmi il libro sull’architettura fascista a Foggia, del quale ho la versione barese, scritto da Simone de Bartolo e che potrebbe svelarci questi dilemmi artistici e storici. Anche la bellezza di questo palazzo rimase ferita dai bombardamenti angloamericani del 1943 sulla città di Foggia. Molte di queste statue furono decapitate o danneggiate, e per il loro restauro si dovettero aspettare diversi anni.

Dirigendoci adesso verso il cuore del centro storico, penso all’epoca nella quale viviamo in cui, purtroppo, una parte di popolazione ideologicamente indottrinata, oltre a non riconoscere il bello nell’arte e nell’architettura che ha segnato magnificamente la storia d’Occidente, nel mondo attuale vorrebbe procedere all’eliminazione sistematica di statue e monumenti. Lobotomizzati dalla cultura della cancellazione, come successe due anni or sono negli Stati Uniti, orde di nuovi barbari arruolati nelle schiere antifasciste sorossiane vorrebbero distruggere identità, storia, arte e gloria dei popoli occidentali. Un incubo vandalo che torna in un periodo di pace e benessere, e che dovrebbe farci ragionare sui novelli nemici della nostra civiltà. Nemici che anche l’Europa porta in grembo, perennemente ingravidata da orge violente di idee e pensieri che non le appartengono, e che sono il frutto più marcio che la ricerca del meticciato globale và coltivando.

Andrea Bonazza