25 Maggio 2022

AndreaBonazza.info

Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Nella Valle dei Templi di Akragas nel nome di Hera

Oggi continuiamo il nostro viaggio nel cuore della Magna Grecia sfidando il lockdown. Fermati sulla Strada Statale tra Siracusa e Agrigento da una Gazzella dei Carabinieri per un controllo di routine al fine di far rispettare la “zona rossa” imposta da governo e Regione Sicilia, mostro all’agente un’improbabile autocertificazione nella quale io e il mio amico Marzio risultiamo trovarci in Sicilia per lavoro. “Quale lavoro svolgete da queste parti ragazzi?” Alla domanda del carabiniere, frettolosamente rispondo stizzito che stiamo girando un servizio della trasmissione Voyager e che siamo in mostruoso ritardo per raggiungere il resto della troupe. Quasi sull’attenti, il carabiniere panciuto ci fa allora passare consigliandoci la strada migliore da percorrere, con la promessa di portare i suoi saluti al conduttore Roberto Giacobbo. Fatta anche questa! Ridendo a crepapelle con l’autista senese, per celebrare l’improvvisato trucchetto vittorioso sulla Benemerita, mettiamo a tutto volume all’autoradio “Luci Blu”, un brano dell’ultimo album degli Zetazeroalfa, cantando a squarciagola in questa calda giornata iniziata nel migliore dei modi.

Dopo un’oretta di cori e melodie rock, il buon Marzio annuncia il nostro arrivo sul promontorio in prossimità di Agrigento, facendomi notare subito la differenza tra i grigi palazzoni della città moderna e l’antica acropoli che la contrasta. I templi color rosso terra disseminati sulla collina adiacente la città provocano in me un misto di estasi ed eccitazione. Finalmente oggi riuscirò a vedere la Valle dei Templi; un patrimonio archeologico ineguagliabile che affonda le sue fondamenta nell’antica civiltà greca. Alla vista delle prime colonne tra gli ulivi, come un bambino al Luna Park ordino a Marzio di fermarsi immediatamente parcheggiando la macchina in uno spiazzo antistante l’entrata. Proviamo a passare per la cancellata principale facendo finta di niente e mischiandoci ad un gruppetto di operai e anche questo gioco è fatto; entriamo senza intoppi in questo gigantesco parco controllato da un addetto distratto dalla propria merenda mediterranea. Corro entusiasta verso il primo enorme monumento che si erge davanti a noi mentre il buon Marzio, già esperto del luogo, sorride al mio entusiasmo. Lunghe file di possenti colonne rosse, in parte sormontate da ciò che rimane di un pesante cornicione, ci annunciano questo straordinario manufatto ellenico del V secolo dedicato, si dice, alla dea greca Hera o alla romana Giunone. Forse proprio per la sua altezza a 130 metri sulla collina gli storici hanno voluto intitolare questo tempio alla importantissima divinità pre-ellenica che sancisce l’unione tra cielo e terra. Figlia di Cronos e moglie di Zeus, Hera rappresentava per i Greci la fedeltà e la castità matrimoniale. Patrona di Sparta e Micene, Hera proteggeva i matrimoni e le donne in stato di gravidanza. Nel romanzo che proprio in questi giorni sto leggendo, il Tiranno di Valerio Massimo Manfredi, è infatti proprio il tempio di Hera a fare da cornice a matrimoni e promesse d’amore che si celebravano nell’antica Akragas.

Convertito poi dai Romani al culto di Giunone, antichissima divinità italica lunare e vendicativa corrispondente di Hera, sposa di Giove e, insieme ad egli e a Minerva, parte della sacra Triade Capitolina, questo magnifico tempio dorico fu edificato intorno al 450 a.C. e misura 38,15 x 16,90 m. Come testimoniano alcune tracce tra la pietra porosa delle sue colonne, l’edificio di culto venne incendiato dai Cartaginesi nel corso dell’Assedio di Akragas del 406 a.C., per essere poi restaurato in epoca romana. Rispettando le usanze della madrepatria, il peristilio del tempio presenta sei colonne sui lati corti e 13 sui fianchi, i cui resti arrivano a toccare i 6 metri di altezza. Nonostante i terremoti, gli assedi, gli incendi e i saccheggi al quale fu sottoposto nei secoli, il colonnato settentrionale posa ancora quasi intatto continuando a reggere l’epistilio e parte del suo fregio, a differenza degli altri lati di cui rimangono poche rovine e alcune colonne smozzate, così come la cella interna di cui rimane solo la parte bassa della muratura. L’intera struttura poggia su uno sperone roccioso, in parte costruito dall’uomo per garantirne la stabilità e, dinnanzi ad esso, orientato a est, si riconosce ancora il basamento di quello che doveva essere stato un altare sacrificale rivolto al sorgere del sole.

Compiendo a tenaglia più volte il giro completo di queste rovine, senza proferire parola tra noi io e Marzio restiamo abbagliati da questa magnificenza del periodo dorico classico che gli stessi dèi, forse, vollero giungesse in quest’epoca dominata dall’ateismo e dalla distruzione costante della famiglia tradizionale. Penso alla sacralità che i nostri antenati davano al matrimonio e ai frutti che generava; bimbi devoti, uomini forti e madri del domani. Penso alle preghiere e ai voti che qui Giunone custodiva per sigillare amori che duravano l’intera vita. Penso poi che purtroppo la superficialità del mondo attuale non crede più all’amore come alle promesse, relegandoli ad egoistiche frivolezze adolescenziali. Viviamo ormai nell’era dell’anticristo e dell’anti-Hera. Dove agli dèi non dobbiamo più nulla perché a contare è rimasto solo lo sterile istante. Senza famiglia. Senza padri. Senza futuro.

Andrea Bonazza