25 Maggio 2022

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

In Abruzzo nell’antica Amiternum romana

Fuggito all’ennesimo controllo Greenpass in cui non è servito il documento d’identità, per montare sull’autobus che da Roma Tiburtina mi ha portato a L’Aquila; dopo aver tenuto una conferenza all’Avamposto di Piazza Fonte Secco sull’attività di CasaPound durante il terremoto in Abruzzo nel 2009, questa domenica mattina mi sveglio di buon’ora per intraprendere un tour abruzzese con un vecchio amico del posto. Conosco Marco ormai da oltre vent’anni. Ci siamo conosciuti nel 2000, in caserma, da militari. Avendo però in comune le stesse idee e passioni, dalla politica alla musica, dalla curva al pub, abbiamo continuato a sentirci e frequentarci fino ad oggi passando per concerti, manifestazioni e, non per ultimo, il tristemente noto terremoto aquilano dell’aprile 2009. Conoscendo i miei interessi Marco mi porta subito fuori le mura cittadine per mostrarmi le sue più antiche radici.

Dopo 5 o 6 chilometri sulla Strada Statale 80 in direzione Amatrice, altra località devastata da un violentissimo sisma, arriviamo davanti a delle grandi rovine disposte in modo circolare. È l’anfiteatro romano di Amiternum, un opera ben conservata risalente al I secolo a.C. che domina questo parco archeologico semi-sconosciuto. I tesori archeologici di Roma, infatti, volenti o nolenti oscurano le sue periferie togliendone purtroppo interesse storico e turistico. Poco male; oggi questo ci permetterà di ammirare i monumenti aquilani in tutta tranquillità, o quasi… appena attraversata la recinzione che delimita il sito veniamo richiamati dalla guardiana comunale. Subito diciamo di avere con noi soldi per il biglietto, Greenpass e mascherine ma, rispondendo che non servono, fortunatamente la gentile signora ci chiede unicamente una firma sul registro museale. L’ultima traccia forestiera sulle pagine risale a diversi giorni prima e, comunque, da ciò che leggo, appartiene anch’essa al Centro Italia. Di fianco alla postazione della signora addetta all’area troviamo però un piccolo museo, se così si può chiamare, grazie al quale apprendiamo ottime nozioni sulla storia di questo luogo.

AMITERNUM
Citata anche da Virgilio nell’Eneide, prendendo il nome dal vicino fiume Aterno che anticamente la attraversava, la città italica di Amiternum venne fondata nel X secolo a.C. dai Sabini. Conquistata nel 293 a.C. dai Romani guidati dal console Manico Curio Dentato, passato alla storia per essere stato l’eroe plebeo di Roma antica che pose fine alle guerre sannitiche, ad Amiternum si trasferirono molti cittadini e soldati romani in una colonia che unì gli stessi con i Sabini, accolti nella cittadinanza romana nel 268 a.C., dando origine a due nuove tribù: la Quirina e la Velina. La città accrebbe quindi d’importanza strategica e commerciale, passando da prefettura romana a municipio nel 27 a.C. e arrivando a contare qualche decina di migliaia di abitanti che, per l’epoca, non erano affatto pochi. Venne inserita nella IV Regione Sabina et Samnium, che comprendeva le attuali Abruzzo e Molise, e ottenne l’optimumoptimum iure che dava il diritto di voto sulle questioni politiche romane.

Snodo importante nel transito tra il Mar Tirreno e l’Adriatico, Amiternum era sacra a Ercole, Fortuna e Feronia, divinità antiche che ne consacrarono le ricchezze affermando l’importanza del luogo. Tra i personaggi più illustri qui nati vi sono lo storico romano amico di Cesare, Sallustio, alcune leggende mai confermate citano Ponzio Pilato, e, di certo non meno importante, Appio Claudio Cieco, dal quale prese nome la via Appia da lui iniziata nel 312 a.C.. Parlando di strade, al centro del crocevia tra la via Salaria, la via Claudia Nova e la via Cecilia, Amiternum svolse un importante ruolo per il commercio, l’allevamento di bestiame e, soprattutto, la transumanza pastorizia tra l’Abruzzo e la Puglia, vantando così prestigiose strutture pubbliche che riprendevano in scala le più grandi opere dell’Urbe. Nonostante rimase abitata fino all’XI secolo, con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche culminate con il Sacco di Roma del 410, e, successivamente, la violenta invasione dei Longobardi nel 570, la città perse progressivamente di importanza spopolandosi e degradando nei propri edifici.

ANFITEATRO di Amiternum
A pochi passi dalla casetta museale, costeggiando gli scavi archeologici di un antico agglomerato urbano sulla nostra destra, tocchiamo con mano il marmo e i laterizi di questo monumento consegnatoci dai nostri avi. Indubbiamente è uno degli anfiteatri romani meglio conservati che abbia mai visto; non certo paragonabile al Colosseo o alle arene di Verona o di Pola, questo di Amiternum era in grado di ospitare fino a seimila spettatori. Con i suoi 68 metri x 53, a circondarne il campo da gioco circolare vi sono ben 48 grandi arcate che in antichità reggevano gli spalti, oggi visibili in parte unicamente nel primo livello. Edificato in Età Augustea nel I secolo d.C., durante gli spettacoli questo anfiteatro ospitava importanti gens e cariche pubbliche, come anche pastori, commercianti e legionari. L’unica iscrizione che ne tramanda l’attività è a firma di Caius Sallius ProculusProculus che, con l’aiuto del padre, nell’anfiteatro offrì al pubblico eccitanti spettacoli gladiatori.

TEATRO di Amiternum
Attraversando la campagna un tempo abitata dagli antichi, percorrendo l’asse nord-sud un tempo solcata dal cardo urbano, arriviamo poi dinnanzi agli 80 metri di diametro del maestoso teatro romano di Amiternum. Edificato nel I secolo a.C. sfruttando le pendenze della collina retrostante, il Colle San Vittorino, scolpita nella roccia del colle, su due livelli separati da un lungo corridoio, qui la cavea ospitava oltre duemila spettatori che godevano di un acustica egregia. Nonostante le intemperie, i frequenti terremoti e altri fattori geologici o umani, sono ancora ben visibili l’orchestra, la scena di quasi 60 metri di lunghezza e i rivestimenti murari in opus reticolatum, stile edilizio romano proprio del I secolo a.C.. Abbandonato anch’esso con la decadenza di Amiternum, in età tardo antica il teatro acquisì la funzione di necropoli come dimostrano alcuni ritrovamenti riportati in luce nel corso degli scavi. Davanti al teatro troviamo i resti dell’antico Foro, fondamentale centro della vita pubblica cittadina, mentre leggiamo che, poco distante da qui, vi sono i resti delle terme e dell’antico acquedotto del quale oggi rimangono poche tracce.

Le grandi costruzioni romane di Amiternum furono in parte possibili grazie alla diffusione dell’evergetismo, fenomeno provinciale che godeva del contributo privato nelle opere pubbliche. Importanti famiglie o gens contribuirono così alla crescita della città con l’edificazione di strade, monumenti ed edifici pubblici, per consolidare la propria posizione politica. Magari l’odierna classe politica lo facesse oggi anziché distruggere o fare cadere in rovina gli spazi della collettività… Certo è che, anche qui in Abruzzo, nella martoriata provincia della L’Aquila che non crolla, l’antica operosità romana raggiunse livelli strutturali ed estetici in grado di porci non poche domande su ciò a cui stiamo andando incontro. In un epoca, quella attuale, dominata dal profitto e nella quale istituzioni e palazzinari costruiscono con sempre meno etica, estetica e, come abbiamo purtroppo constatato dai terremoti degli ultimi anni, sicurezza e visione lungimirante delle città che lasceremo ai posteri. Ma, come dicevo poc’anzi, L’Aquila non crolla! Forte del suo temperamento abruzzese e dell’antico genio romano, il domani la troverà ancora in piedi sulle rovine del mondo moderno ad impartire lezioni di civiltà protetta da queste sue fedeli montagne.

Andrea Bonazza

Testo e foto: Andrea Bonazza