25 Maggio 2022

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

In Abruzzo tra le rovine di Peltuinum sulla Via Claudia Nova

Salutati romanamente i resti di Amiternum, ci dirigiamo adesso verso sud-est, percorrendo le vallate dell’Appennino Centrale. Passando in auto davanti a decine di cantieri e prefabbricati parlo con Marco dei danni del terremoto del 2009 e di quanto, comunque, mi trova positivamente sorpreso notare il buon livello di ricostruzione in atto sia in città che nei paesi limitrofi. “Finalmente!” è l’ovvia risposta che ricevo. Chiedendogli della sua casa l’amico aquilano mi conferma essere ancora mezza inagibile e che i tempi, specie quelli burocratici, sono ancora troppo lunghi per cantare vittoria. Come lui, altre centinaia di abruzzesi versano nella stessa situazione anche se, attualmente, ospitati in strutture ricettive, prefabbricati o case-container messe a disposizione dagli enti locali, statali e di Protezione Civile.

L’Altipiano dei Vestini
Dopo diversi chilometri di strada tra chiacchiere e ritmi “Oi!” dei nostri amati ADL122 in sottofondo, arriviamo sull’Altipiano di Macelli in località Piana d’Ansidonia, tra le valli dell’Aterno e del Tirino. Marco mi dice che in antichità questa era terra dei Vestini, popolazione italica di origine sabellica e dalla lingua oscio-umbra. L’etnonimo di questo popolo che dominava i versanti del Gran Sasso si pensa derivi dalle antiche divinità: Vesta, protettrice del fuoco e della casa venerata da gran parte delle popolazioni italiche, oppure dal dio-libagione umbro, Vestico. Secondo alcuni studiosi però, il nome potrebbe avere origini semi-celtiche riprendendo la parola “VES”, fiume, e”TIN” che significa paese; alludendo quindi a località ricche di sorgenti e corsi d’acqua come appunto la zona nella quale vivevano i Vestini.

Come avvenne per gli altri popoli, nel IV secolo a.C. i Vestini non riuscirono a fermare l’inesorabile marcia romana e dovettero inginocchiarsi davanti alle insegne capitoline, divenendone alleati. Le città vestine furono annesse alla Repubblica Romana che ne lasciò l’autonomia di amministrazione fino a quando, con lo scoppio della Guerra Sociale delle popolazioni italiche, alla quale anche i Vestini presero parte, Roma inglobò a sé questa popolazione coinvolgendola nel tessuto politico-culturale. Con l’estensione della cittadinanza romana nel I secolo a.C., fu sotto il dominio di Lucio Cornelio Silla che l’intera zona si avviò verso un completamento del processo di romanizzazione, abbandonando usi e lingue per far proprio il latino e il diritto romano.


“Gli storici non accennano in quale epoca questo territorio fu assoggettato ai Romani. Probabilmente da Curio Dentato nella sottomissione dei Sabini. Da principio fu Prefettura, quindi Municipio Romano col nome di Res Publica avente un collegio splendidissimo di Decurioni e di Padri Coscritti o Senatori municipali. Ebbe patroni e patrone; Edili e Prefetti quinquennali, Prefetti iuredicundo; Questori della Repubblica, del Municipio, Curatori dell’Annona, Flamini Augustali e Seviri, Collegi sacerdotali di Ercole, di Silvano e di Mercurio Augusto oltre che la sacerdotessa di Venere Felice.” (Cicerone)

Peltuinum
Lasciandoci alle spalle l’ultima casa del piccolo paese di Bominaco, arriviamo finalmente su un pianoro attraverso una strada sterrata tra i terreni collinari dipinti dalla primavera. Spegnendo musica e macchina ci rendiamo conto essere approdati in un’oasi di pace in cui il silenzio si mescola al lieve soffio dei venti che, incanalati nelle valli montuose, qui lottano per far valere le proprie origini. La distesa di erba e pietre circondata dalle alte montagne abruzzesi svela una serie di bianche rovine innalzate ad antica muraglia, come a chiuderci la strada. Come una frontiera. Siamo arrivati a Peltuinum; l’antica città romana che, appunto, delimitava il confine aprendo nuove strade verso le terre della transumanza tra Abruzzo e Puglia.

Fiorente per allevamenti, commercio, vino e zafferano (quest’ultimo tutt’ora ricchezza locale), sotto la Roma di Ottaviano Augusto Peltuinum arrivò a contare ben undicimila abitanti. Come Amiternum vantò anch’essa importanti opere pubbliche, alcune delle quali ancora visibili come i resti del teatro romano, che ospitava fino a 2.600 persone, e le rovine del tempio corinzio dedicato al culto di Apollo. Difesa dalle sue possenti mura, Peltuinum si sviluppava per più di 800 metri lineari lungo l’asse principale ed era protetta da grandi bastioni che brulicavano di guardie armate. Al suo interno la vita trascorreva ordinata tra mestieri, politica, religiosità, il via vai di pastori con i greggi e svaghi pubblici che richiamavano abitanti delle zone circostanti.

Probabilmente a causa di un disastroso terremoto, nel 346 d.C., della guerra gotico-bizantina, delle violente aggressioni perpetrate dai Longobardi e dalla distruzione ad opera dei Franchi di Carlo Magno nel 775, la città subì un forte declino che la condannò all’inevitabile abbandono. Ricostruita dai Normanni che ne ridiedero splendore, da Peltunio cambiò nome in Civita Sedonia, onorando il feudatario che la governava.

I resti di lunghi tratti di cinta muraria intervallata da bastioni turriti, impronte dei blocchi e alcuni conci degli archi, aiutano a comprendere la grandezza dell’antica area urbana. Entrando nel sito archeologico direttamente dalle rovine della porta ovest, protetta da tre torrioni due dei quali a doppio fornice per la specifica guardia dell’ingresso, leggo che questa porta venne utilizzata per secoli anche come dogana per la conta e il pedaggio delle pecore da avviare alla transumanza. Marco mi avvisa adesso che stiamo muovendo i nostri passi sulla via Claudia Nova, la strada romana che porta al Mare Adriatico.

Fa sempre una certa emozione trovarsi in questi luoghi un tempo abitati dai nostri avi e le cui opere, oggi, abbandonate come cattedrali nel deserto, sembrano custodire ancora lo spirito di chi le ha vissute. Passeggiamo tra le pietre e le torri di laterizio per qualche minuto respirando natura e silenzio. Godiamo della brezza mattutina che soffia sul collo e s’incontra e si scontra col sole, i cui flebili caldi raggi spintonano tra le nuvole illuminando di luccichii i minerali eternamente incagliati nelle mura. La sensazione di trovarci in un posto ricco di beatitudine ed energia positiva. La vastità dell’intero panorama scampato al rumore e alle più orribili cementificazioni moderne mi trova completamente a mio agio, facendomi apprezzare, anzi, amare, questo luogo e il momento che mi sta donando. Isolandomi qualche istante dal buon Marco, cercando maggiore intimità riparato da un rudere, offro ad Apollo una goccia di resina con il suo profumo presto assimilato da Peltuinum.

Proprio ad Apollo era consacrata Peltuinum e a dimostrazione di questo, non lontano da qui, si trova il basamento di un tempio a lui dedicato. Purtroppo oggi non riusciremo a vederne i resti e non potremo vedere nemmeno il vicino teatro romano; ma ciò mi spinge quindi alla promessa di tornarci in futuro, per continuare questa affascinante esplorazione e tornare a dissetarmi delle quiete energie di questo antico luogo.

Andrea Bonazza

Foto e testo: Andrea Bonazza