25 Maggio 2022

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Salendo a Rocca Calascio nel parco nazionale del Gran Sasso

Sarei rimasto a Peltuinum per l’intera giornata, avvolto dal silenzio di quelle antiche rovine che brillano di energia. Sicuramente ci tornerò per proseguire la scoperta dei suoi siti archeologici, tra il teatro romano e il tempio di Apollo, ma adesso è ora di continuare il nostro viaggio verso la prossima meta. “Nella macchina di Marco”, come cantavano gli Aurora in una vecchia canzone, tra volantini e attrezzature da montagna il paesaggio scorre veloce dai finestrini che iniziano a coprirsi delle prime gocce di pioggia. Parlo con Marco della vita militare; la mia interrotta dopo più di un anno, la sua che continua ancora oggi. L’amico aquilano mi dice che molto è cambiato da quando indossammo per la prima volta la divisa e oggi, purtroppo, la vocazione militare e l’amor patrio sono forse l’ultimo dei fattori che spinge molti giovani all’arruolamento. Inevitabilmente finiamo a parlare dell’attuale guerra tra Russia e Ucraina e del fatto che, mentre centinaia di migliaia di persone scappano verso i confini europei per salvarsi dai bombardamenti di Mosca, migliaia di ragazzi ucraini che da anni vivono nelle città europee, in alcuni casi registrando anche successi importanti, dall’inizio del conflitto stanno rientrando in patria per difendere la propria nazione. Un immigrazione all’incontrario, ben lontana dai servizi strappalacrime sugli improbabili profughi africani o orientali, e alla quale, dopo settant’anni di pace, non eravamo certo più abituati. Mi auguro che un domani, se l’Italia si trovasse coinvolta in un qualche genere di conflitto, anche i nostri connazionali all’estero tornino nella propria terra per difenderla. “Un esercito di lavapiatti e pizzaioli senza legami con la patria che non siano le fighe o le lasagne di mammà!” puntualizza rassegnato Marco.

Dopo una serie di curve tra colline e monti brulli, mentre gli alberi si fanno sempre più rari, il buon Marco mi indica piccolo in alto, sul monte su cui stiamo salendo, il castello di Rocca Calascio. La nostra ultima meta di questa ricca giornata. Passiamo da Santo Stefano di Sessanio, l’ultimo paese prima di parcheggiare l’autovettura, e notiamo con rammarico le folte comitive di turisti caciaroni che si accalcano per occupare i posti sui bus navetta. Gente che calzava le snikers in montagna quando noi si marciava in sandali chiodati con Giulio Cesare! Vabbè, dopo la pace di Peltuinum, il baccano del mondo moderno arriva a sferrare il suo assalto anche quassù. Divertito, Marco mi mostra la casa di un suo amico con una vecchia scritta murale del Ventennio appena restaurata: “Credere, obbedire, combattere”. Entusiasti per questo tocco di classe nostalgico, parcheggiamo la macchina tra il formicaio di automobili e iniziamo a piedi la salita per il sentiero, augurandoci che il maltempo scoraggi i montanari della domenica.

Come non detto! La pioggerellina sembra non fermare l’orda di turisti bramosi di selfie alle prese con mocciosi viziati che reclamano impazienti il cellulare di papà. In una serie di scatti che valgono un’olimpiade, sorpassiamo a testa bassa gruppi di flaccidi umanoidi vestiti firmati e continuiamo a macinare sentiero tra tratti di bosco e pietraie. Anche se ultimamente forse poco allenati, da buoni Alpini io e l’amico abruzzese abbiamo solcato vie ben più impervie di questa passeggiata montana che, per quanto è frequentata, ricorda la famosa viale Ceccarini di Riccione. Concentrandoci sul paesaggio attorno a noi lo trovo molto diverso rispetto a quanto il mio Alto Adige mi ha abituato; nonostante l’altitudine relativamente bassa, infatti, i monti circostanti offrono un manto quasi totalmente privo di alberi o piante a basso fusto. Qua e là vi sono greggi di pecore che brulicano l’erba tra i sassi e, cosa questa che mi colpisce positivamente, la presenza di case o strutture fatte dall’uomo è pressoché nulla. “Eccoci!” Compiaciuto Marco mi dà il benvenuto al primo rudere dietro il quale si apre il piccolo borgo di Rocca Calascio.

Il piccolo borgo antico di Rocca Calascio è rimasto disabitato per oltre quarant’anni fino a quando, negli anni Novanta, un paio di famiglie decisero di trasferirsi qui. Sembrerebbe il classico borgo medievale appenninico, con viottoli stretti che si diramano tra le poche case che lo compongono, molte delle quali diroccate, un paio di botteghe tra souvenir e vendita di formaggi locali di pecora e, proprio dove stiamo entrando adesso a bere il caffè, il Rifugio della Rocca; un locale in legno con bar e sala da pranzo che mi ricorda i rifugi alpini di casa mia. Il rifugio è in realtà un albergo diffuso in cui sono stati sfruttati e restaurati i vecchi ruderi per ricavarne stanze accoglienti e ricche di comfort pur mantenendo la rusticità del luogo. Dalle foto e i depliant sparsi nel locale comprendo essere aperto tutto l’anno, anche quando un metro e mezzo di neve ne limita l’accesso. È frequentato da escursionisti e turisti nelle stagioni calde, così com’è raggiunto dagli sciatori in quelle invernali. Comprendo dalle foto che qui nel borgo di tengono conferenze, rievocazioni storiche e concerti. Sicuramente uno scenario stupendo per celebrare eventi di piccola portata e chissà che un giorno non ci torni utile.

Riprendendo il nostro cammino uscendo dalle strette vie del borgo, saliamo verso un ulteriore dislivello che ci porta presto a quota 1.460 m.s.l.m.. Riparati nel cappuccio dalle forti raffiche di vento che ci scaglia addosso manciate di gocce piovane, quasi nemmeno ci accorgiamo di avere, alta sulle nostre teste, la rocca che domina l’intero sperone roccioso sul quale stiamo salendo. Percorriamo ancora pochi passi lungo il sentiero e dritta davanti a noi appare in tutta la sua eleganza l’antica chiesetta dei pastori. È la chiesa rinascimentale di Santa Maria della Pietà, eretta nel 1596 sostituendo un luogo votivo religioso preesistente. Una vecchia leggenda narra che fu costruita quassù per ringraziare la Madonna in seguito alla vittoria degli abitanti della zona contro un gruppo di briganti che depredava il vicino borgo. Purtroppo il portone dell’edificio è chiuso e non possiamo accedervi. Questa chiesa ottagonale infatti viene aperta solo in rare occasioni nel corso di festività sacre o determinati riti liturgici. Dandole le spalle, rimaniamo però estasiati dal più antico tempio che domina l’intero paesaggio e ci affrettiamo a raggiungerlo saltellando sulle rocce come bambini al parco giochi.

Famosa per svariati film qui girati; da Lady Hawke al Nome della Rosa, da Padre Pio a Il Viaggio della Sposa e L’Orizzonte degli Eventi, Rocca Calascio è considerato tra i 15 castelli più belli del mondo (National Geographic). Restaurato grazie anche ai compensi guadagnati dallo sfruttamento cinematografico, l’antico maniero svetta maestoso sul punto più alto di questa montagna dominando l’intero paesaggio da Campo Imperatore alla valle del Tirino e alla Piana di Macelli. Costruita da Ruggero II d’Altavilla durante la conquista normanna del 1140 su una più antica fortificazione romana, dapprima la rocca era composta da un’unica grande torre d’avvistamento alla quale in seguito, intorno al 1460, su concessione di Ferdinando I di Napoli, Antonio Todeschini fece edificare altre quattro torri cilindriche con merlatura ghibellina, collegate dalla cinta muraria in ciottolame che adesso stiamo aggirando. 

Complice anche un po’ di foschia, le alte torri scarpate paiono in alcuni tratti completamente a precipizio nel vuoto e, il bianco della pietra calcarea della quale si nutre l’intero quadrilatero fortilizio, assume il ruolo di tempio olimpico catapultando la fantasia in miti e favole d’altri tempi. Fatta eccezione per gli impacciati turisti che inciampano qua e là in cerca di pose e likes, guardandomi tutto intorno, roteando a 360°, comprendo il motivo della scelta cinematografica di Rocca Calascio. Il chiarore della fortificazione che si sposa perfettamente con il pallido ambiente roccioso circostante, unito alla profondità di un così vasto orizzonte quasi totalmente vergine di elementi moderni, rappresenta la location ideale per ogni regista alle prese con una pellicola epica. Camminando su e giù per le bianche rocce troviamo rifugio dai forti venti coperti da alcune rovine medievali. Estraggo il tabacco e mi faccio una sigaretta che il vento fumerà più del sottoscritto. Riesco finalmente ad accenderla dopo alcuni tentativi e, ringraziando il mio vecchio amico mi godo uno dei panorami più belli d’Italia.

Marco mi invita a seguirlo verso la scalinata di pietre che porta al bastione centrale, laddove in passato una sorta di ponte levatoio collegava la rocca al suo piccolo borgo antistante; mi deve presentare un suo amico metallaro aquilano venuto a vivere quassù, nella quiete di Rocca Calascio. Lo troviamo all’entrata, spazientito, alle prese con un gruppo di turisti disordinatamente in fila per entrare. Non posso fare a meno di notare la sua somiglianza con Danny Trejo, l’attore cicano protagonista di Machete. Marco mi presenta a Franco, questo il suo nome, chiedendogli come stava andando la giornata. Per tutta la mattinata è stato un via vai di visitatori come da tempo non accadeva. Penso tra me che dev’essere quindi una fortuna incassare bene dopo due anni di stupidi lockdown pandemici ma vengo presto smentito. Lontano dal mercimonio dei grandi enti ed aziende turistiche, Franco qui fa il custode per una cooperativa di volontari che operano gratuitamente con il solo fine di preservare i luoghi e le tradizioni locali. Una scelta bellissima che condivido da una vita e che trova tutta la nostra amministrazione. Fin da quando aveva 16 anni, la prima volta che salì quassù, Franco disse a sé stesso che questo sarebbe stato il posto nel quale avrebbe voluto vivere. Dovendo scegliere se restare o abbandonare la sua terra, dopo il tragico terremoto del 2009 colse l’opportunità inviata dal destino e si trasferì a Rocca Calascio per custodirne le rovine.

Dopo una veloce chiacchierata il custode metallaro ci fa entrare nel bastione che si sviluppa verso l’alto, su tre piani raggiungibili con delle ferrose scale a chiocciola. Le sale sono spoglie, con nude pareti che però presentano un paio di finestre assalite dai turisti in astinenza da selfie. Approfittando della ressa umanoide contro le feritoie, ne approfitto per leggere su un muro la storia di questo stupendo castello. Le famiglie nobili che ereditarono il castello furono: i Pagliara, i Colonna, Celano e Caldora, gli Accrocciamuro e i Piccolini Todeschini, Del Pezzo, Cattaneo e i più famosi Medici e Borbone. Scopro che nel 1703 un altro forte terremoto distrusse quasi interamente il borgo sottostante danneggiando gravemente la rocca. Questo portò ad un inevitabile declino dell’abitato fino a decretarne progressivamente l’abbandono. L’Abruzzo è soggetto ad importanti eventi sismici fin da tempo immemore, forse come nessuna o poche altre zone in Europa. Ricordando le stesse parole degli amici aquilani credo che forse la loro caparbietà dipenda anche da questo; come se i movimenti tellurici fossero parte integrante della loro origine e della loro stessa vita. Come se il terrificante brontolio del terremoto fosse un’antica divinità che si manifesta ricordando che queste terre le appartengono.

L’ultimo giro di scale mi porta adesso ad ammirare l’infinito paesaggio da quello che oggi è un terrazzo panoramico ma che una volta era una stanza a sé, con un tetto e delle mura crollati nelle scosse e nello scorrere del tempo. Da quassù si ha una chiara idea di quanto vedevano le guarnigioni a guardia della rocca. Come spiegato dai pannelli informativi, infatti, fin dai tempi antichi lo scopo di questo castello era quello di controllare i pascoli e il traffico nelle vallate sottostanti, avvisando le altre postazioni militari se fossero sopraggiunti eserciti nemici o insidie per le genti o la transumanza. I metodi usati per le segnalazioni di allarme erano i più antichi ma pur sempre efficaci: i riflessi con grandi specchi di giorno, mi torna alla mente Archimede, e i grandi fuochi notturni usati fin dalla civiltà nuragica. In un complesso sistema di allarme e fortificazioni in stile Il Signore degli Anelli, le vallate abruzzesi erano così protette da ogni pericolo. Tranne uno… Il maledetto terremoto.

Si sta facendo tardi e la nostra tabella di marcia impone una stretta delle tempistiche affinché non perda il pullman che mi riporterà a Roma. Scendiamo dalla torre e salutiamo il custode amico di Marco chiedendogli di portare pazienza mentre fissa incredulo una signora coi tacchi. Iniziamo la discesa a valle ripercorrendo il sentiero dell’andata ma una strana sensazione di gratitudine e nostalgia mi colpisce negli ultimi sguardi all’antica Rocca che diviene sempre più piccola ad ogni passo. Ho visitato centinaia, forse migliaia di luoghi storici in vita mia ma, alcuni, hanno il potere di rimanerti aggrappati dentro come fossero promesse da dover mantenere ad ogni costo. Luoghi talmente ricchi di storia ed energia da sentirli vivi anche nella sublime desolazione che li circonda. Peltuinum e Rocca Calascio sono sicuramente tra questi: città morte e immortali, scheletri senza organi e carne, dal midollo osseo ancora caldo in attesa del grande risveglio della nostra civiltà. Rimanendo, nell’attesa, in piedi sulle nostre stesse rovine.

Andrea Bonazza

Testo e foto: Andrea Bonazza