25 Maggio 2022

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Social-Blog ufficiale di Andrea Bonazza

Da Poggio Picenze alle 99 Cannelle di L’Aquila

Scendiamo da Rocca Calascio relativamente veloci sorpassando le impacciate comitive turistiche. Ripresa la macchina di Marco ci rimettiamo in viaggio con ancora negli occhi la vista delle magnifiche rovine del castello, ancora visibile, adesso alto e minuscolo sopra il monte dal quale scendiamo. Dopo diversi chilometri percorsi, eccitato da un toponimo che leggo sulla segnaletica stradale a bordo strada, propongo all’amico aquilano di fermarsi a Poggio Picenze. A molti questo nome non dirà nulla ma, per noi che abbiamo vissuto qui due mesi da volontari, in supporto alla Protezione Civile durante l’emergenza del terremoto del 2009, questa località rievoca ricordi indelebili bagnati di sudore, lacrime e tanto Centerbe.


Con una brusca curva degna di un film poliziesco anni Settanta, Marco sterza imboccando la via che, dal paesino, in un batter d’occhio ci porta alla zona sportiva e scolastica. Qui, all’ombra dell’antica chiesa danneggiata dalle scosse e del suo campanile pericolante, avevamo il campo base di CasaPound durante le tragiche giornate del sisma. Molto se non tutto è cambiato in questi 13 anni; l’intera area che vivevamo quotidianamente, all’epoca colma di tende e container, oggi si presenta pulita, spaziosa e ordinata, sgombra dalle tendopoli e semi-deserta di esseri umani. Due scuole sono presenti oggi in altrettante strutture prefabbricate site dinnanzi ad un parco di giovani alberi. Tra questi vi dovrebbe essere anche la nostra quercia, qui piantata nel giorno che chiudemmo il campo dopo l’ultima ammaina bandiera.

Con Marco ricordiamo quei momenti lontani in cui la nostra comunità militante si è conosciuta e rafforzata tra i tremori del suolo, stringendo quel legame indissolubile che ancora oggi contraddistingue CasaPound dalla Sicilia al Brennero. Ragazzi da ogni regione d’Italia vennero qui, gratuitamente, mettendosi a disposizione per la popolazione terremotata in un’idea più alta di solidarietà nazionale. Rivediamo divertiti la vecchia bocciofila comunale gestita dal “Caciotta” e ripensiamo alle infinite guerre di lancio di pannolini. Intere muraglie di pannolini e pannoloni che ricoprivano le pareti della struttura, nei periodi morti, venivano sfatte e rifatte in una lotta contro il tempo. Fu un bel problema riuscire a darli via tutti; spesso portandoli nei paesini limitrofi, in quanto di bambini, purtroppo o per fortuna, qui non ce n’erano molti. Di fianco alla bocciofila si estende ancora il vecchio campo da calcio a undici che ospitava le grandi tende blu della Protezione Civile. Sulla sponda perimetrale di esso, in prossimità delle gradinate, alcuni abbruzzesi hanno dipinto un murales fatto con i classici caratteri ultras e la scritta: “Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta!”. A poche decine di metri, tra la bocciofila e il parco scolastico, vediamo compiaciuti che un gruppo di donatori, tra i quali l’Avis, hanno costruito un campo da gioco in cemento, con campo da pallacanestro e calcio a cinque, contornato da un anello di ristrette gradinate. Lo stato degradato della struttura ci fa però pensare che, forse, il suo utilizzo non fosse poi così indispensabile. Rimontando in auto tra ricordi e risate, guardiamo scorrere sul parabrezza le immagini di macerie ed edifici un tempo profondamente danneggiati ma oggi, finalmente, ristrutturati, ricostruiti e riconsegnati si legittimi proprietari.

Avvicinandoci a L’Aquila passiamo davanti a Onna, il paesino che più di tutti pagò il più alto tributo di vite umane in quel maledetto terremoto. Su 380 abitanti, infatti, quel maledetto 6 aprile 2009 ne perirono 40 sotto le macerie. Ricordo ancora le immagini dei funerali in diretta televisiva, con quelle candide piccole bare che facevano comprendere al mondo la portata della tragedia. Ogni volta che dal nostro campo di Poggio Picenze ci spostavamo a L’Aquila per portare aiuti alla popolazione, passando davanti al tappeto di macerie di Onna un nodo alla gola ci imponeva il silenzio. Un intero paese raso al suolo da una forza tanto misteriosa quanto terribile e spietata.

Eccoci tornati alle vecchie mura di L’Aquila che, comunque, con la loro solida architettura medievale hanno resistito al sisma più di molte costruzioni moderne. Marco mi porta nella zona di Rivera, sulle sponde del fiume Aterno, laddove in passato l’antico castello degli Aquili dava il nome alla città. Intende farmi vedere una delle peculiarità storiche della sua piccola patria edificata seguendo la costellazione dell’Aquila- Altair. Dopo pochi passi giungiamo alla Fontana delle 99 Cannelle; attrazione turistica ed elemento esoterico aquilano che richiama curiosi da ogni dove. La fontana è a muro e chiude su tre lati una piazzetta squadrata, con la sua vasca che ne delimita il perimetro trapezoidale. La grande particolarità è che l’acqua è sputata nella vasca dalle bocche di novantatre antefisse raffiguranti elementi classici del bestiario medievale più 6 altre cannelle.


Ampliata nella costruzione in diversi periodi storici, come riportato in una vecchissima targa sopra di essa la fontana originaria risalirebbe al 1272. Dal Quattrocento al Settecento al monumento vengono aggiunti i tre altri muri rivestiti a scacchiera di pietre bianco-rosate provenienti dalle cave di Genzano di Sassa. Nata come pubblico lavatoio in cui le massaie si recavano per lavare i panni in un vivace conversare, nel tempo questa fontana acquisì per gli aquilani un ruolo sempre più importante, si dice che qui si compivano i riti di iniziazione dei cavalieri cistercensi, e ricco di significati collegati al numero 99. Mentre le sei cannelle spoglie rappresenterebbero le piaghe di Cristo, i mascheroni della fontana raffigurano nei volti grotteschi i signori dei novantatre castelli che fondarono la città. Tra questi, oltre a teste di leone o caprone, vi è anche una curiosa testa di pesce che si dice richiami la leggenda di Colapesce legata a Federico II di Svevia. Figura fortemente esoterica, essa è l’unica posizionata in modo da controllare l’intera fontana.

Una vecchia leggenda narra che, nel XIII secolo, con un accordo tra loro i novantanove signori dei castelli della provincia decisero di fondare in questo luogo L’Aquila. Alla composizione della città avrebbero dovuto partecipare tutte le 99 comunità castellane e, ad ognuna di esse, sarebbe stata riservata una zona secondo un meticoloso progetto urbanistico. Partendo dalla costruzione di una piazza, di una chiesa e di una fontana, le rispettive popolazioni giunte a L’Aquila avrebbero iniziato ad edificare le proprie abitazioni creando nuovi piccoli quartieri. A celebrare quest’unione di castellani in un’unica nuova grande comunità, alla fine del Duecento si decise di creare questa fontana monumentale che ne rappresenta il simbolo. Ancora oggi, rispettandone la tradizione, la città de L’Aquila è composta da 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane, con l’orologio della torre di Palazzo Margherita che suona, indovinate un po’: 99 rintocchi.

Adesso però, a furia di andare su e giù da questa mattina, tra siti archeologici romani e fontane medievali, passando per escursioni verso castelli Normanni, avendo ancora un po’ di tempo a disposizione andiamo a berci una buona birra alla Birreria Gran Sasso. Il locale è gestito da Simone, un vecchio amico aquilano con il quale da anni condivido cortei, concerti, interminabili riunioni e, come in questo momento, ingorde bevute. Colto dall’imbarazzo della scelta, chiedo a Simone di decidere per me una delle numerose birre che vende alla spina. Tutte birre artigianali rigorosamente abruzzesi e con una storia propria fatta di sapori e luppolo. Alle prime sorsate mi schiarisco le idee sul posto in cui mi trovo… La birreria è molto grande e davvero bella; colma di sciarpe delle squadre di calcio, tra le quali spiccano L’Aquila e il West Ham, e vecchie locandine anni Trenta del Gran Sasso con alcuna oggettistica annessa. Al primo brindisi Simone mi spiega i problemi che il locale ha dovuto affrontare in questi ultimi due anni di pandemia. Pur lavorando meglio di altri grazie all’asporto, anche per la Birreria Gran Sasso è stata dura andare avanti pagando fornitori, dipendenti e proprietario dei muri. Simone però è uno dei tanti imprenditori italiani che non ha mollato, tenendo duro e reinventandosi nuovi modi per “mandare avanti la baracca”. Colto da un’improvvisa scossa alla vescica mi faccio indicare il bagno e, una volta entrato, rimango estasiato dalla varietà di adesivi ultras e identitari affissi sulle piastrelle. Un buon modo per passare il tempo in intimità col water. Torno al banco ordinando l’ultimo giro di birra prima di ripartire con l’autobus verso la capitale e, mentre chiacchiero con i due amici, penso alla grande fortuna di vivere in questa terra meravigliosa, l’Italia, custode di antichi tesori e sorprese in ogni suo angolo. Colpevole di partorire gentaglia della peggior specie, ma di crescere ed educare giovani forti, generosi e fieri del proprio popolo, sono certo che un domani, l’Italia, si risveglierà dal torpore nel quale è sprofondata e risorgerà, l’Italia, ancora più bella e potente proprio grazie alle sue periferie, ai suoi borghi e alle sue lande sperdute che fanno, queste si, dell’Italia il posto più bello del mondo.

Andrea Bonazza